Gabriele Salvatores: «Le molestie sono ovunque. E in Italia abbiamo trasformato tutto in gossip»

Abbiamo incontrato il regista premio Oscar per la presentazione de 'Il ragazzo invisibile – Seconda generazione', nelle sale da oggi. E con lui abbiamo parlato anche del caso Weinstein e di musica, ovviamente
Gabriele Salvatores sul set de 'Il ragazzo invisibile – Seconda generazione'. Credit: Emanuela Scarpa

Gabriele Salvatores sul set de 'Il ragazzo invisibile – Seconda generazione'. Credit: Emanuela Scarpa

«Miles Davis diceva: “Se vuoi rimanere interessante, suona con gente più giovane di te”. E quando l’ho intervistato tanti anni fa, Bono, in maniera un po’ più cattiva ma scherzando ovviamente, lo traduceva in “Succhiare il sangue dei più giovani”». Gabriele Salvatores ha l’entusiasmo di un ragazzino e sorride mentre mi racconta che lavorare con i nuovi talenti è fondamentale: «Non solo per rinnovarsi ma proprio perché ogni generazione ha un punto di vista diverso sulla realtà e il confronto ti arricchisce».

Gabriele Salvatores sul set con Galatea Bellugi e Ludovico Girardello. Credit: Emanuela Scarpa

Gabriele Salvatores sul set con Galatea Bellugi e Ludovico Girardello. Credit: Emanuela Scarpa

Il ragazzo invisibile, il primo supereroe italiano del grande schermo, torna al cinema con il secondo capitolo, sempre diretto dal regista premio Oscar e interpretato ancora una volta da Ludovico Girardello, ormai una conferma. Nel nuovo film Michele Silenzi è cresciuto, ha 16 anni ed è alle prese con le difficoltà di tornare alla vita normale dopo aver scoperto di essere “speciale”. In pratica deve fare i conti con la sua famiglia biologica, a partire dalla sorella Natasha (la sorprendente Galatea Bellugi), e, soprattutto, con il suo lato oscuro: «È una pellicola che gioca con il genere dei supereroi ma non si può non guardare quello che ci circonda e fare una riflessione. Il primo film era lineare: un ragazzo scoprire il suo super potere, all’inizio si diverte, poi comincia a comprendere. Era un “romanzo di formazione” tradizionale anche in termini di scrittura, più storytelling. Qui invece ho provato a realizzare una cosa diversa, che credo continuerò a perseguire in futuro, e cioè non rimanere strettamente legato alla vicenda ma raccontare una storia per emozioni».

Parlando di attualità e di storia insieme, ne Il ragazzo invisibile – Seconda generazione ci sono temi forti e molto contemporanei: dalla persecuzione dei “diversi”, che nel film sono gli “speciali”, al terrorismo: «Insieme ad Agi scuola abbiamo lanciato un concorso chiedendo ai ragazzi di immaginare un sequel e sono venute fuori due paure. La prima è incredibile, non me l’aspettavo perché non appartiene alla mia generazione: quella di non essere figlio della propria madre, tanti bambini chiedevano di vedere le foto della mamma incinta o di loro da piccoli, evidentemente le notizie di tutto quello che succede tra adozioni e gravidanze assistite hanno influenzato parecchio. L’altra paura era proprio quella del terrorismo. E abbiamo usato queste due suggestioni nel film. Sugli “speciali”, senza giustificarli, è interessante mettere un seme per interpretare quello che sta succedendo: quando le persone vengono trattate come reietti, come diversi e come non desiderati, se poi in qualche modo prendono forza può diventare pericoloso. Una volta nessuno sapeva come viveva l’altra metà del mondo. Oggi con i media siamo a conoscenza di tutto e ognuno vuole la propria fetta della torta».

Come per il primo capitolo, la colonna sonora è fighissima e ancor più legata alla storia, anche dal punto di vista dei testi delle canzoni scelte da Salvatores. A partire da Behind blue eyes: «Ho visto gli Who che presentavano Who’s Next proprio qui a Milano al Palalido e tra le cariche della polizia contro Autonomia Operaia e loro che spaccavano gli amplificatori, è stata un’esperienza totale. E poi le parole sono perfette: “Nessuno sa come ci si sente/ Ad essere l’uomo cattivo / Ad essere l’uomo triste / Dietro gli occhi azzurri […] Ma i miei sogni / non sono così vuoti”». Per Salvatores la musica è sempre stata essenziale: «Io volevo fare il musicista, altro che il regista! Quando stiamo lavorando alla sceneggiatura faccio sempre una playlist che mi illumina sulle scene, poi alcune canzoni rimangono nel film e altre no. Mi ha fatto molto piacere mettere un brano (Final Masquerade) dei Linkin Park come omaggio a Chester Bennington, avrei voluto inserire anche un pezzo di Chris Cornell ma purtroppo non ci stava. Poi uno dei miei preferiti è Just Breathe dei Pearl Jam, e anche un brano vecchio ma attuale, Wouldn’t it be nice, da uno dei dischi-capolavoro dei Beach Boys, Pet Sounds: era già presente in una pellicola che ho amato. Anzi, se qualcuno non l’ha vista gliela consiglio: si chiama Fragole e sangue e ha della musica meravigliosa, da Neil Young ai Beach Boys appunto».

Abbiamo approfittato dell’occasione anche per chiacchierare con Salvatores, che ha vinto l’Oscar nel 1992 per Mediterraneo, del successo internazionale di Luca Guadagnino e del suo nuovo film Chiamami col tuo nome: «Incrociamo le dita per i Golden Globes. Ho conosciuto Luca quando era a Londra a studiare, poi ci siamo ritrovati in giuria insieme a Venezia l’anno in cui c’era Tarantino come presidente. Ha quello che piace a me del cinema e che caratterizza diversi registi, ma non tutti: l’importanza dell’aspetto visivo. Il cinema tutto sommato è immagine».



E ovviamente è d’obbligo anche una riflessione sul caso Weinstein che, ha distribuito o co-prodotto alcuni film di Salvatores come Mediterraneo, Nirvana e Io non ho paura: «È un discorso molto complesso ma, detto in breve, è fondamentale che sia venuto a galla, mi permetto di dire non solo nel cinema, perché basterebbe andare in qualsiasi università, ospedale o ufficio e troveremmo delle cose del genere, è una questione molto importante e delicata. L’altro ieri su Repubblica c’era una bella intervista a Tom Wolfe, dove sosteneva che secondo lui il caso Weinstein potrebbe diventare “la più grande farsa del Ventunesimo secolo”. Facciamo un esempio: so che si stava creando intorno a Trump una catena di donne che erano pronte a parlare, è venuto fuori prima lo scandalo Weinstein, che ha sempre finanziato i democratici, Hillary Clinton e soprattutto il cinema, che è contro Trump. E allora, non è così, ma il sospetto… va benissimo che sia venuto fuori il problema, ma il sospetto è che queste cose possano essere usate con fini diversi. La terza osservazione da fare è che qui in Italia come al solito abbiamo subito trasformato tutto in gossip invece che in un fatto sostanziale, bisognerebbe discuterne un po’ di più».

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