Dieci anni senza Heath Ledger

Dopo dieci anni, una crisi economica senza precedenti, Trump eletto presidente e tutto quello che c'è stato nel mezzo, la veloce ricerca di icone facili da decifrare ha provato a regalarci un altro Joker, il Jared Leto di Suicide Squad.

logo Michele Monina

Gli artisti a volte ci raccontano aspetti della nostra vita, della storia o della Storia, che neanche loro conoscono. Si lasciano andare all’ispirazione, a intuizioni irragionevoli, a visione tutte loro e alla fine abbiamo di fronte un quadro, un romanzo, un film, una canzone che ci aiuta a orientarci, a capire, o magari ci dice semplicemente che la fine è imminente.
È l’arte, funziona così.

Christopher Nolan, regista di tanti film, tra i quali la trilogia di Batman è un artista.
Frank Miller, autore con il suo Il ritorno del Cavaliere Oscuor della più riuscita ridefinizione di un supereroe, Batman appunto, è un artista.

Anche Heath Ledger, morto a ventotto anni il 22 gennaio del 2008, dieci anni fa, era un artista.

La loro arte si è incontrata, e ci ha raccontato, con tutta l’incoscienza e l’irrazionalità dell’arte, qualcosa che avremmo conosciuto poco dopo, e che in qualche modo ha cambiato, almeno parzialmente, le vite di tutti noi.

La sua storia la conoscete tutti, quantomeno la fine della sua storia, la sua morte, perché ha in qualche modo colpito l’opinione pubblica, all’epoca, con la violenza di uno tsunami.
Nel primo pomeriggio del 22 gennaio l’attore australiano è stato trovato nudo e privo di vita nell’appartamento che aveva affittato a SoHo, New York. Il particolare che fosse nudo è subito stato divulgato, perché che la sua morte non fosse una semplice morte doveva essere chiaro a tutti e in questi casi i dettagli come questo aiutano come pochi. Come se esistesse una morte semplice, senza implicazioni, specie di un giovane adulto.

Heath Ledger, al momento della morte, stava lavorando con Terry Gilliam a un film che con l’oscuro ha più che qualcosa a che fare, Parnassus- L’uomo che voleva ingannare il diavolo. Di questo film sarebbe dovuto essere il protagonista, come in effetti infine sarà. Ma è il film da poco finito di girare che, in qualche modo, rimarrà legato per sempre a quello di Heath Ledger, Il Cavaliere oscuro di Christopher Nolan. In questa pellicola, seconda della trilogia nolaniana dedicata all’eroe con molte macchie di Gotham City, Ledger è chiamato a interpretare uno dei nemici più noti dell’uomo pipistrello, il Joker. Un personaggio che aveva già vissuto precedentemente sul grande schermo, grazie alla maschera altrettanto incisiva di Jack Nicholson, per la regia di Tim Burton.

Ecco, Ledger sta al Joker di Jack Nicholson esattamente come il Batman di Chistopher Nolan sta a quello di Burton, l’uno cupo, nichilista, definitivo, l’altro fumettoso, giocoso, surreale.
Heath Ledger muore improvvisamente agli albori del 2008 e la maschera tragica e distruttiva del suo Joker farà irruzione nel nostro immaginario dopo la morte, lasciando un segno indelebile. Il suo modo strano di parlare, dovuto nella finzione alle due cicatrici che ne disegnano il ghigno, cicatrici sulle quali racconterà per tutto il film aneddoti agghiaccianti, il suo modo goffo di ravvivarsi i capelli, sporchi, verdastri, quasi plastici, soprattutto i suoi discorsi anarcoidi, da quello sulla teoria del Caos fatta a Dent, ormai diventato Due Facce a quello, epico, in cui spiega ai criminali di Gotham la sua idea di criminalità hanno fatto la storia del cinema, e in qualche modo, nell’involontarietà tipica dell’arte, hanno anche indicato quello che di lì a breve sarebbe realmente successo. Tutto contribuirà a proiettare Heath Ledger nella mitologia, per sempre un corpo solo e un’anima, malata, sola con quella del Joker.

Un Joker che si pensa abbia portato l’attore alla follia che gli sarà fatale, morto per un mix sbagliato di analgesici, antidolorifici, sostanze psicotrope, e che è l’antieroe che più di ogni altro può fare da contraltare al Batman portato nello schermo da un gigantesco Christian Bale, tormentato e tutto appoggiato sulla sua sete di vendetta e il suo essere smodatamente ricco.
Il Joker è anarchia pura. Azzeramento del concetto di potere, con un costante tentativo, quasi sempre riuscito, di mettere alla berlina tutte le autorità che sorreggono Gotham City, da quelle istituzionali, sindaco, capo della polizia, politica, allo stesso Batman, passando per la criminalità organizzata.

Azzeramento delle regole, come del resto dovrebbe essere per ogni vero criminale. Assenza della lealtà, come ben capiranno di volta in volta i suoi alleati, colpiti alle spalle. Nessun valore riposto neanche sulla propria vita, perché più di una volta, durante il film, lo si vedrà giocare con la morte senza neanche un brivido di paura.
Ma soprattutto, nessun attaccamento ai soldi, primo motore del mondo cupo di Gotham City, notturno e apocalittico.

C’è una scena del film, una delle tante scene entrate nell’immaginario collettivo, in cui lo si vede di fronte a una gigantesca piramide di dollari, accumulati per conto della mafia locale. Giusto il tempo di cospargerli di benzina, e eccolo appiccare il fuoco alla pira, lasciando basiti i criminali. “A voi importa solo dei soldi,” dice di fronte allo sbigottimento del mafioso che gli sta di fronte e che vede le banconote bruciare, “Questa città merita un criminale di maggior classe, e io sono pronto a darglielo…”

Anarchia non troppo diversa da quella di un altro gigantesco personaggio uscito dalla penna di uno scrittore, Chuck Palahniuk, e poi finito dentro un film, Fight Club di David Fincher. Il Tyler Durden cinematografico di Edward Norton/ Brad Pitt è altrettanto anarchico, seppur a capo delle Scimmie Spaziali, e altrettanto intenzionato a far implodere un mondo ormai assoggettato alla finanza, al potere fatuo dei soldi, alla totale assenza di valori. Da una parte lui, Joker, che distrugge milioni di banconote, in barba alla mafia cui avrebbe dovuta darne una parte, dall’altra lui, Tyler Durden, che assiste da un grattacielo al crollo, fisico e simbolico, della City. “Fidati, andrà tutto bene”, ricorderete.

Due storie inventate, due modi lucidissimi per raccontarci gli accadimenti reali, la Storia.
Ecco, vivere così tanto tempo dentro la testa di un personaggio come il Joker folle e nichilista scritto prima da Frank Miller, poi sceneggiato da David Goyer e diretto da Chistopher Nolan, ha portato il giovane Heath Ledger alla morte, per autodistruzione. Una morte che gli ha almeno concesso di non dover assistere all’albeggiare di quella fine che di lì a poche settimane sarebbe diventata globale, con la crisi economica più grande di tutti i tempi esplosa con le vicende della Lehman Brothers e pronta a portare a fondo mezzo occidente. Questo anche solo per cercare un senso a una morte che, tolta l’aura maudit dell’attore che si identifica troppo con un protagonista sbagliato al punto da morirne, di senso sembra non averne proprio.

Dopo dieci anni, una crisi economica senza precedenti, Trump eletto presidente e tutto quello che c’è stato nel mezzo, la veloce ricerca di icone facili da decifrare ha provato a regalarci un altro Joker, il Jared Leto di Suicide Squad, in verità piuttosto oscurato dalla sua fidanzata succube Harley Quinn. Sarà per la prossima volta, non abbiamo fretta.

Heath Ledger è diventato quel che in fondo già era in vita, una rockstar per sempre giovane, uno che per interpretare un folle che non aveva paura di morire è morto davvero.
In una scena di quel Cavaliere oscuro che gli è stato fatale Batman dice una frase che sembra perfetta per una chiosa, “La notte è più buia prima dell’alba”, se capite quale oscura metafora nasconde posta in chiusura di questo articolo fate un fischio, noi artisti fatichiamo a capire cosa scriviamo.