Depardieu: «L’unico film che mi interessa è la vita»

Dopo quasi 40 anni ritrova Catherine Deneuve e intanto lavora alla storia di un collezionista uzbeko. Abbiamo incontrato l'attore francese, che però non ama essere chiamato così

«Ho soltanto voglia di stare solo, di isolarmi a leggere, di sprofondare nella solitudine e godermi la pace di un buon libro». Gérard Depardieu è arrivato a un punto di rottura. Regge sempre di meno le apparizioni pubbliche, per presentare le tante pellicole che continua a girare, nonostante abbia alle spalle una filmografia di oltre 250 titoli, spesso accettando cachet bassissimi, o addirittura recitando senza percepire un compenso per sostenere produzioni a basso costo e cineasti giovani o indipendenti. All’ultimo Festival du film francophone d’Angoulême, dove è stato proiettato in anteprima Bonne Pomme di Florence Quentin, prossimamente anche nelle sale italiane – la storia semplice di un uomo semplice, in cui Depardieu torna a recitare al fianco di Catherine Deneuve 37 anni dopo L’ultimo metrò di Truffaut –, non è andato volentieri. «Non ne avevo assolutamente voglia, soffro sempre di più quel genere di situazioni», mi confida l’attore nella sua casa parigina in rue du Cherche-Midi, mentre cerca di spegnere il cellulare che sta squillando da un paio di minuti abbondanti. Gérard legge sempre i messaggi che gli arrivano sul telefono, ma poi non risponde. Le sue dita sono troppo grosse per digitare sms su «questo telefono di merda».

Una volta hai detto che sei un uomo, e non un attore. Confermi?
Sì, un uomo libero. La mia sola forza è la vita, la curiosità per la vita e per gli altri. È da lì che prendo ispirazione per la recitazione, da nient’altro. Il mio desiderio più grande oggi è andarmene in giro per il mondo, magari in barca. Viaggiare per conoscere. L’ho sempre fatto, ma adesso è ciò che mi sta più a cuore. L’ho scritto anche nel mio libro autobiografico, Innocente. Oggi so vivere la mia solitudine. Posso passare giornate intere da solo con i miei libri, leggo a bassa voce, nel silenzio, come un contadino.

Per girare Bonne Pomme sei stato per alcune settimane a Flagy, un piccolo paese della campagna francese, non distante da Parigi. Com’era l’atmosfera sul set?
depardieu C’era una bella armonia, aria di festa. Sono posti molto belli dove girare un film. A me piace la gente semplice, la riconosco subito. E poi c’era Catherine, a cui voglio sempre molto bene. L’intesa è ancora perfetta. In Bonne Pomme si incontrano un uomo e una donna soli, due belle anime.

Florence Quentin, la regista del film, è la compagna del pittore Bernard Quentin, il tuo artista preferito. Possiedi molte delle sue opere?
Una è qui nella sala. L’arte di Bernard è qualcosa di meraviglioso. Guarda Passage du Temps, puoi trovarci delle tracce dei geroglifici, della scrittura mesopotamica, di codici antichi, ma anche della modernità.

Dal 7 al 12 novembre sei di scena al Cirque d’Hiver a Parigi per un nuovo tributo alla cantante Barbara (pseudonimo di Monique Andrée Serf, morta nel 1997, ndr) insieme al pianista Gérard Daguerre. La Philharmonie le dedica anche una mostra fotografica, a vent’anni dalla sua scomparsa. Chi era per te Barbara?
Una donna speciale, carica di umanità. Come artista si lasciava trasportare completamente dall’emozione, e si metteva sempre in gioco, quando si esibiva. Credo che i giovani di oggi debbano assolutamente conoscere le sue canzoni. Se cerchi l’anima, lì dentro c’è. L’aigle noir, La solitude, Nantes… Abbiamo già fatto con Daguerre una serie di concerti al Théâtre des Bouffes du Nord, qui a Parigi, poi un album con i brani di Barbara, tra cui uno scritto da mio figlio Guillaume, e una registrazione live di quei concerti che è davvero emozionante.

A livello cinematografico quali altri progetti hai in mente?
I film mi servono solamente per raccontare una storia; a me, ripeto, interessa la vita, voglio entrarci dentro. Ora mi sto occupando della storia di questo signore russo, Igor Savickij, che salvò tutte quelle opere d’arte che Stalin e Lenin consideravano degenerate. Esiste un museo a Nukus, alla frontiera uzbeka, che raccoglie centinaia di migliaia di opere, tra quadri e disegni delle avanguardie russe e uzbeke, che furono contrastate dalla censura sovietica. La mia idea è fare un reportage documentaristico.