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Cola e pop-corn: il pagellone cinematografico della settimana

Per districarsi tra le (troppe) uscite cinematografiche in sala serve una bussola. Et voilà

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Siamo in una delle ultime settimane in cui i distributori affollano i cinema di film. Come si sa, in Italia l’estate delle sale è lunga e tutti la temono. Da maggio a metà agosto nessun regista vuole vedere uscire il proprio capolavoro, convinto che altrimenti andranno a vederlo solo spettatori maturi in cerca di aria condizionata neanche tanto a buon mercato. La fregatura, diciamolo, è sempre dietro l’angolo in queste situazioni. Noi proviamo a evitarvela (o rischiamo di darvela, in caso di gusti opposti). E siccome siamo nell’ultimo trimestre scolastico, diamo i voti.

L’altro voto della speranza: 8,5
Aki Kaurismaki è un genio. Non solo perché ha fatto dell’alcol una musa ispiratrice e prolifica, ma perché dalla Finlandia ha portato un vento potente di sarcastica lucidità sulle nostre vite e nel cinema mondiale. Surreale ed empatico, selvaggio ed elegante, i suoi film nella maturità sono passati dal raccontare solitudini ruvide a sodalizi improbabili (più o meno da Miracolo a Le Havre). La tendenza a scoprire nel dolore e nel disagio la bellezza e la poesia innaffiata da una comicità geniale ce l’ha sempre avuta, ora la sua narrazione si è ammantata di una dolcezza mai retorica. Un commesso viaggiatore finlandese, Wilkström, cambia vita grazie a una vincita al gioco, e compra un ristorante, incontrando e scontrandosi con Khaled, profugo siriano che ne ha fatto la sua camera da letto in attesa di una risposta alla sua improbabile domanda d’asilo nel profondo Nord Europa. Tra ricette peggiori di quelle di Soul Kitchen, vite sghembe e un destino che sa sempre essere tragico e comico con gli emarginati, Kaurismaki ci dice che solo collaborando potremo sopravvivere tutti. Insieme, alleandoci e non combattendoci. E sempre ricordando che “sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re, al ricco, al cardinale”. Uno dei capolavori dell’anno. Forse pure del decennio. E se i Rolling Stone dimostrano che le droghe forse non fanno così male, Aki ci dice che l’alcolismo, in rari casi, è un superpotere.

Piccoli crimini coniugali 7,5
I campioni veri non li vedi nelle vittorie, ma quando sanno rialzarsi e ricominciare a vincere. Alex Infascelli, uno capace, ben prima dei 40 anni di inanellare due gioielli sorprendenti e spiazzanti come Almost Blue e Il siero delle vanità – non del tutto capiti dal cinema de noantri – sembrava essersi perso. Poi arriva S is for Stanley, un David meritato per un’opera delicata e potente, e ora un lungometraggio girato in soli 14 giorni con Sergio Castellitto e Margherita Buy domati alla grande, così da far regalare loro due prove recitative incredibili in un noir sentimentale in cui scarnificare, destrutturare, vivisezionare la crudeltà, i buchi neri, quel minuetto bastardo che è l’amore. Un dolore necessario, una passione cannibale. Molti, con pigrizia, l’han definito il Carnage italiano, ma non c’è l’impianto ideologico e programmatico di Polanski, interessato solo al massacro e a un borghese gusto nel raccontare la guerra sociale, ma un regista che balla con i suoi attori, che scopre, dopo essere stato concentrato, in passato, solo sulle sue immagini bellissime, la forza e l’efficacia delle parole e dei dialoghi. Per poi regalarci, con la musica di Moroder, una scena da antologia con un Castellitto tutto corpo e ispirazione. All’occhio distratto, qui il regista sembra nascondersi, tirarsi indietro: è invece il terzo protagonista, capace di riempire si senso, sentimento e immagine il gorgo dell’animo umano alle prese con, appunto, i piccoli crimini coniuguali. Perché io+io non dovrebbe e potrebbe mai dare come somma noi. Due ego insieme sono fatti per distruggersi, manipolarsi, devastarsi. Forse per questo è così bello l’amore, perché è un corto circuito in questo conflitto perenne. Detto questo, dopo questo film e In Treatment, sfido io a trovare uno che prenda in analisi Sergio Castellitto.

Libere, disobbedienti, innamorate: 7
Le discriminazioni e l’emarginazione sono spesso scatole cinesi. Se vivi a Tel Aviv e sei palestinese e donna, per esempio, non te la passi benissimo. Perché la tua identità di donna configge con le tue origini e quella araba con chi ti ospita. In quest’esordio incredibilmente equilibrato, capace di momenti di leggerezza e libertà come di altri atroci e durissimi, sentiamo come la modernità, la voglia di vivere secondo i propri desideri cozzi con un mondo che si ostina a essere ottuso, identitario, violento. Essere donna, oggi, è difficile. Esserlo contro la comoda ricerca di un proprio spazio, magari di sottomissione, è durissima. E Tel
Aviv, città libera e contraddittoria, è il luogo ideale per raccontarlo. Da non far vedere a Trump, tanto non lo capirebbe e farebbe battute idiote.

The Startup: 6,5
Matteo Achilli dovrebbe starci simpatico solo per tutti gli haters che ha. La verità è che è un giovane brillante che ha avuto una buona idea e il suo Egomnia è una startup. Non è colpa sua se, a torto, gli hanno dato dello Zuckerberg italiano. Se a me danno del Roger Ebert italiano, giuro, anche se so di non meritarmelo, me lo tengo. Alessandro D’Alatri capisce che il fascino della sua storia è che la startup, qui, non è tanto l’azienda quanto il giovane uomo che crede in sé in una società che gli under 25 (ma pure gli under 30 e 40) li vampirizza per poi gettarli dopo l’uso. Film con una scrittura fluida e capace di captare anche le ombre dell’eroe bello e brillante, montaggio serrato e musica adatta, ha nell’immediatezza la sua forza, oltre che in una squadra di attori di talento (pur senza nomi di grido). A proposito, segnatevi sul taccuino i nomi di Luca Di Giovanni (sarà anche Luca Iosi nella serie tv 1993 e a teatro sta facendo meravigliosamente Il sorpasso) e Paola Calliari, che troveremo anche in Moglie e Marito. Non rifatelo a casa, Egomnia: tempo che aprite una società, con la burocrazia che abbiamo, le macchine già voleranno.

Virgin Mountain: 6,5
Dall’Islanda con amore. Moderato dal freddo, sì, intimista senza essere troppo intimo, pure. Uno sfigato, il country, una storia d’amore di quelle che piacciono sui ghiacci: buffa, dolce, un po’ goffa e con ironia a volte gelida. Ne abbiamo visti già di questi film, ma ci piacciono sempre perché poi da quelle parti sanno come farci ridere e intenerire senza retorica. No loser no cry.

I Puffi – Viaggio nella foresta segreta: 6
Per i più piccoli. Ottimo se venite da una settimana dura, cari genitori, e volete dormire un’oretta e mezza. Per voi i piccoli ometti blu, al contrario del precedente capitolo, non avranno alcun interesse. Anche se siete dei nostalgici e ci provate con la vostra puffetta facendo le mosse del puffo forzuto. I vostri figli piccoli si divertiranno con un’ironia goffa ma accettabile (molto peggio Made in Sud, per dire), voi potrete mettere, in caso di insonnia, Netflix sul cellulare, “che è meglio!”.

Power Rangers: 4
Ok, di sicuro il film è meglio della serie tv. E ci mancherebbe. Ma questi X-Men malvestiti nelle scene migliori sfruttano lo storytelling dei supereroi con superproblemi che si fanno superpippe mentali, nelle peggiori ci ricordano quanto fossero pacchiani e insopportabili i saccenti protagonisti televisivi di quel gruppo di teenager che rendono accettabili persino Sailor Moon, le Winx e che ci fanno rimpiangere i ragazzi del cartone animato Golion (si legge Golaion, è il fratello maggiore di Voltron: questa è per gli splendidi 40enni – ndr), dalle cui caratterizzazioni sembrano rubate. Se vi sono piaciuti comunque in televisione, correte: questo, in confronto, è Quarto Potere.

Il segreto: 3
Lei è matta, ma in realtà è tanto buona e cara. Lui è ancora più matto perché pensa di poterla aiutare. Ne esce un melodramma al limite del demenziale grazie alle allucinazioni di lei e alle indagini di lui. Jim Sheridan ce lo ricordavamo bravo. Forse sbagliavamo noi. Imita se stesso, scimmiotta colleghi illustri, e lo fa male. Il segreto è solo la copia di mille riassunti.

Underworld Blood Wars: 1
: volete sul serio che ve lo diciamo noi? Se avete già fatto l’errore di continuare a seguire Resident Evil per Milla Jovovich (lo capiamo, eh), non ricadete nella trappola e non giustificate il sequel più inutile della storia del cinema per la presenza di Kate Beckinsale di lattice vestita. Almeno il primo qualche barlume di decenza lo ha ancora.