Bojack Horseman: tutti i difetti della quarta stagione

Anziché focalizzarsi sui problemi da risolvere del cavallo più depresso di Netflix, gli autori hanno pensato di spostare l'attenzione su personaggi secondari, diluendo così la serie

Settembre è quel periodo dell’anno in cui siamo costretti a tirare fuori i primi maglioni dall’armadio. In cui mesti torniamo in ufficio o in aula, la pioggia inizia a essere una costante e Facebook torna a riempirsi di screenshot con frasi esistenziali tratti da Bojack Horseman.

La serie Netflix sul cavallo che “back in the 90’s was in a very famous tv show” è giunta, l’8 settembre, alla sua quarta stagione, dopo aver raggiunto picchi altissimi nelle precedenti tre ed essersi evoluta da serie con un tipo di comicità molto fisica (prima stagione) a miglior rappresentazione del vuoto esistenziale che ognuno di noi è stato convinto di provare almeno una volta — a dimostrazione di questo forse l’episodio simbolo è Fish Out Of Water, ovvero la quarta puntata della terza stagione.

Prima di questo settembre, la speranza che riponevo in Bojack Horseman era che smettesse di farmi ridere: amara che fosse, speravo che una delle mie serie preferite divenisse finalmente matura, senza rischiare di incappare nella sindrome da Simpson e iniziasse a prolungarsi all’infinito senza risolvere le questioni aperte e diventasse una sorta di sitcom che aveva anche il protagonista depresso. Sfortunatamente così non è stato, anzi.

La prima stagione, infatti, si apre con un episodio completamente dedicato a Mr. Peanutbutter e prosegue — intervallato da un episodio dal valore molto alto come il secondo — con un episodio intitolato proprio Hooray! Todd Episode!. Ancora adesso mi chiedo in quale punto della puntata avrei dovuto urlare “Hooray”.

Se prima di questa stagione Mr. Peanutbutter era annoverabile tra i personaggi che più mi piacevano nella serie, l’avvicinare una lente d’ingrandimento sulla sua vita ha evidenziato un problema molto forte. In Bojack, fino ad adesso, tutti i personaggi sono stati delle spalle del protagonista: ogni personaggio serviva, a grandi linee, da parabola per il vuoto che aveva dentro il cavallo. Talvolta ci si staccava da questa dinamica, ma sostanzialmente erano piccole pillole di Peanutbutter che si comportava come un labrador, facendo cose stupide e pacchiane, nascondendo il buio che aveva dentro, o piccoli sketch di quell’ameba che occupava come un parassita il divano di Todd che tanto ci ricordava, con un po’ di magone, quell’altro nulla-facente di Jesse Pinkman.

Con l’allontanamento di Bojack dal nucleo centrale delle vite dei co-protagonisti, per quanto effettivamente duri due puntate, gli autori sembrano volerli rendere più autonomi, sviluppando degli archi narrativi più complessi per dei personaggi che in realtà non avevano molto da dire. Il caso di Todd è il più emblematico: se in questa stagione il suo posto da megafono del malessere di Bojack viene preso da Hollyhock, la figlia del nostro, Todd si trova a diventare battitore libero.

L’idea, probabilmente — che è quella che sta rovinando il 95% delle serie esistenti su questo pianeta — è di voler portare quanto più avanti possibile una serie che sta effettivamente riscontrando il piacere di critica e pubblico, annacquando però il cuore e il fulcro della serie. Bojack sta piacendo, per cui perché non diluire il focus — il malessere di un ex star televisiva degli anni ’90 che deve fronteggiare il fallimento — andando a indagare sulle vite degli altri protagonisti?

Nei giorni scorsi ho letto diversi articoli di magazine americani sulla “coraggiosa scelta di creare il primo personaggio orgogliosamente asessuale di una serie TV”. La realtà è che, probabilmente, più che coraggiosa la scelta è paracula. Ammettiamolo: il motivo per cui gran parte dei nostri amici di Facebook guarda Bojack Horseman è sentirsi parte di un movimento che posta screenshot su Facebook, per cui incontrare il gusto dei “millenial” è probabilmente l’interesse principale degli autori: più screen su Facebook, più diffusione, più diffusione, più stagioni. La realtà è che, però, in fin dei conti a nessuno di noi frega un cazzo della vita privata di Todd. Magari ridiamo al gioco di parole tra “Game Of Thrones” e “Throne of Drones”, magari troviamo azzeccata la metafora tra la vita e i popcorn caramellati, che non sono né dolci né salati, ma finite queste piccole parentesi e questi piccoli momenti di sorriso, vorremmo tutti che il ruolo di Todd tornasse a essere quello della spalla di Bojack, ma così non è.

Dichiarare l’asessualità di Todd è come mettere una gigante insegna luminosa che indica qualcosa che era già chiaro fin dal primo episodio della prima stagione e che non era necessario né approfondire né specificare: Todd è così, avulso dai ritmi normali della società, da quelle che potremmo chiamare costrizioni, perché se così non fosse non vivrebbe (o meglio non avrebbe vissuto, al passato, sigh) sul divano di una star della tv tossicodipendente e depressa. In alcun modo questo aspetto della sua vita poteva essere approfondito in modo interessante, se non per allungare il brodo. E nel momento in cui arriva Hollyhock, Todd perde ogni minimo appeal per chi, oltre a postare screen su FB facendo a gara a chi ha trovato la quote che più identifica tutti, vuole gustarsi una serie con una storia forte.

La quarta stagione doveva essere la stagione in cui gli autori tiravano le somme della storia, dopo un declino, una lenta risalita e l’ennesimo declino, in un circolo vizioso dal quale si esce, per un doloroso ma quanto mai utile final season definitivo. L’idea di allungare ad libitum questa storia, invece, ha reso questa stagione quanto mai annacquata e, ahimé, deludente. Così ci ritroveremo tra dieci anni a fare fini analisi sul perché Bojack Horseman non ci faccia più ridere, quando potevamo semplicemente accontentarci di non portarla avanti per così tanto tempo.

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