Al cinema con Rolling Stone: McDonagh e Verdone, la strana coppia

Carlo Verdone monopolizza (per fortuna) le sale italiane, ma tra le quattro uscite della settimama ci sono sorprese, delusioni, e un instant classic

In attesa di Rovazzi che verrà a comandare nelle multisale, ecco uno di quei fine settimana che amiamo. Solo quattro uscite (anche perché Benedetta Follia si prende più di 700 schermi), la possibilità di tenitura per i bei lungometraggi già in sala e ottimi film in arrivo. Peccato che questo week-end sia una bella eccezione.

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” Voto: 9

Siamo solo a gennaio, ma sappiamo che questo film, il più bello visto all’ultimo festival di Venezia, finirà nella top ten del 2018. Si può tranquillamente scomodare la parola capolavoro: perché alla regia c’è un maestro, Martin McDonagh, capace di partorire quei cult geniali e folli di In Bruges e 7 psicopatici ma anche di incantare l’Europa con i suoi spettacoli teatrali; perché nel cast ci sono attori straordinari, tre dei quali meriterebbero l’Oscar (McDormand, Harrelson e Rockwell); perché parliamo di una delle più belle sceneggiature della storia del cinema, in cui nulla è come sembra e tutti pagano il non essere stati all’altezza del proprio compito. Di madre, di sceriffo, di poliziotto. Di esseri umani. In cui i nemici si ringhiano contro per poi scoprire, quando si avvicinano troppo, che la puzza delle loro colpe come il loro perverso senso di giustizia è lo stesso. Si specchiano l’uno nell’altro in quell’impasto di cinismo, rabbia, dolore che è la provincia profonda americana. E ci sono tutti i generi: la commedia feroce delle battute caustiche di Frances McDormand o di quelle amare di Woody Harrelson, così come la pura demenzialità del personaggio di Sam Rockwell; il noir di un’indagine che non c’è; la tragedia (nel senso greco del termine); il thriller psico-emotivo che parte da un omicidio cruento e impunito, da tre manifesti che lo raccontano per sete di giustizia impastata con l’ansia di vendetta, per finire nei drammi personali di chi quell’atto non ha saputo impedirlo. E poi, appunto, punirlo. Tre manifesti a Ebbing, Missouri ha un’armonia dolorosa in ogni sua parte, ha un’onestà intellettuale e morale devastante, è un saggio di scrittura, regia e recitazione, di fotografia, desaturata in alcuni momenti e quasi dipinta in alcuni interni.
Se ancora non l’avevamo capito, quest’opera straordinaria ci ricorda che McDonagh è uno dei migliori cineasti degli ultimi anni, nonostante abbia lavorato al cinema il minimo indispensabile.

“Benedetta Follia” Voto: 7+

40 anni di carriera e non aver paura di reinventarsi. E’ una Benedetta follia quella che porta uno come Carlo Verdone a non stancarsi di un mestiere logorante, ma nel provare sempre a cercare altro. A volte, come nei film più recenti, senza troppo successo, perché il passato è sempre un’eredità pesante a cui non si rinuncia facilmente, altre, come in quest’ultima opera, perché lo si riesce a superare. La sterzata narrativa – e qui c’è la mano della coppia di cosceneggiatori Guaglianone-Menotti – come quella visiva – si pensi alla scena onirico-lisergica coreografata da Luca Tommassini – sono i binari di una rivoluzione tranquilla di un regista che sceglie la commedia romantica come cornice senza perdere i suoi punti di forza. Dalla coralità, qui tutta al femminile, puntellata dal talento innato di Ilenia Pastorelli e dalla stupefacente e dolce solarità di Maria Pia Calzone, alla capacità di creare situazioni comiche autonome di sicura presa sullo spettatore, suo infallibile marchio di fabbrica: dall’appuntamento con Paola Minaccioni a quello già cult con Francesca Manzini. C’è un po’ degli ultimi Allen e Almodovar nel ritratto emotivo di un piccolo universo, ma c’è anche tanto Verdone, laddove nello specchio di un bagno per colpa di un paracetamolo ecstasyante c’è un passaggio di consegne quasi metacinematografico. Rinasce, Carlo, non tradendo se stesso, in un lavoro a volte discontinuo ma che ha una sua malinconica e solida coerenza, sa trovare un nuovo modo di raccontare e raccontarsi che fa davvero ben sperare per il futuro. Il tocco, che sembrava perso, lo ritrovi in alcune risate che con altri sarebbero crasse e che qui sono eleganti persino nella scena più ardita e in un finale che è amaro solo in quella struggente E la chiamano estate di Bruno Martino. E, lasciatecelo dire, la colonna sonora, con Bonamassa e il ritorno di David Sylvian, ha una sua forza indipendente, tanto da tener dentro ottimamente anche un didascalico Battiato. Quarant’anni di carriera, insomma, e non sentirli.

“Leo Da Vinci – Missione Monna Lisa” Voto: 5

Si fa davvero una gran fatica a capire perché si debba, parlando di un giovane Leonardo Da Vinci, mettere insieme l’uomo vitruviano, la Gioconda (che qui diventa l’energica Lisa, amica e oggetto dell’acerbo desiderio del protagonista), lo stile molto japan di alcuni comprimari, Capitan Uncino e una quantità troppo estesa di serie televisive animate recenti. E’ un improbabile accozzaglia di stereotipi animati Leo Da Vinci – Missione Monna Lisa, a uso e consumo dei più piccoli che nel genio inventivo di un mito italiano troveranno solo un giovane eroe teen che affronta un’avventura rutilante e piena di troppe intuizioni non troppo originali. Non c’è il fascino del racconto di un talento unico, magari quasi supereroistico, non c’è l’emozione della creazione che potrebbe esaltare un pubblico più ampio, Da Vinci, complesso e visionario, qui viene ridotto a un ragazzino alle prese con emozioni basiche e svolte di sceneggiatura ovvie. Una grande occasione persa che diventa intrattenimento forse troppo lineare anche per il target anagrafico a cui ambisce. Peccato.

“The Midnight Man” Voto: 2

Siamo sinceri, non ce la facciamo più. Gli horror, da sempre bancomat sicuro per studios grandi e piccoli, perché di rendimento quasi sicuro e di costo sempre limitato, sono nel migliore dei casi palestra per autori giovani e nel peggiore un sicuro imbroglio ai danni del pubblico. Purtroppo The Midnight Man si ascrive come capofila del 2018 di quest’ultima categoria, così tanto che a un certo punto ti auguri che il cattivo, l’improbabile e grottesco Uomo della Mezzanotte, prenda il regista e ne faccia la sua prima vittima. Poi ti auguri di essere tu, per smettere di soffrire. Perché qui non hai mai paura, neanche per un attimo, forse perché il vero orrore è in uno script con dialoghi al limite della parodia, una caratterizzazione dei personaggi che neanche un adolescente nella brutta copia di un tema di seconda media azzarderebbe, una regia e un montaggio soporiferi. Aggiungiamo che la protagonista è Lin Shaye, che si candida a essere la parodia horror di Angela Lansbury grazie alla prossima uscita dell’altrettanto improbabile Insidious, e che c’è l’ennesimo Robert Englund che si presta per l’ennesima volta a sporcare il ricordo dell’icona che fu.

P.S.: aggiungete pure che è l’ennesimo film sul tema. E neanche il più brutto.

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