Al cinema con Rolling Stone: che Woody Allen!

Una strepitosa Kate Winslet in 'La ruota delle meraviglie', il nuovo Star Wars, il disastro cinepanettoni: i voti delle uscite cinematografiche della settimana

Siamo sinceri, a 82 anni suonati, non pensavamo che Woody Allen potesse regalarci il suo capolavoro degli anni 2000. E anche se state discutendo con il vostro migliore amico su Star Wars, noi vi diciamo che è un sì. Con qualche riserva, ma è un sì.

“La ruota delle meraviglie” di Woody Allen (Voto: 9)

Woody Allen, quando lo dai per finito, è sempre lui. Proprio quando ti sei abituato al fatto che quando tutto va bene, che sia melodramma o noir, ti porta a casa un’opera dignitosa, lui sforna il capolavoro. Dove c’è molto del passato – l’ironia malinconica, una grande attrice, la sua disperazione mascherata -, ma anche una rivoluzione inaspettata, come quella visiva che poggia sul lavoro, maestoso, di Vittorio Storaro, che fa capire quanto Café Society, sottovalutato, fosse di fatto propedeutico a quest’ultimo lungometraggio.
Quello che potremmo chiamare “Diane Keaton touch” e che Allen non ha mai perso nella scelta delle sue protagoniste (neanche nei lavori più imbarazzanti), vale anche per Kate Winslet. Probabilmente l’attrice più brava in attività ma che qui, nel suo essere sconfitta e dolente, nella pretesa di vivere oltre la coltre di mediocrità che rischia di soffocarla, va ben oltre il tributo, evidente, che il suo regista vuole fare al teatro di Miller e Tennessee Williams, ma anche a se stesso, visto che Ginny è la controparte proletaria e immensamente più vera della Blanchett di Blue Jasmine. Ed è sempre la Ginny della Winslet che è il centro del gioco di luci che dipinge una Coney Island struggente, a partire da quella “wonder wheel” che incombe su di essa, una ruota della vita che si gioca su un quadrilatero – figura cinegeometrica sempre più cara al cineasta – in cui Jim Belushi e Justin Timberlake riescono benissimo a mettersi al servizio della storia e di due donne luminose e ferite.
Allen fa il suo film migliore dai tempi di Match Point, riempie di frustrazione, dolore, speranze tradite e sentimenti sconfitti quest’opera sorprendente, trovando nuova linfa nel sodalizio meno prevedibile, quello con Storaro. Come se due maestri che avevano perso la loro voce e la loro poetica, sopravanzati da un cinema mediocre e poco incline alle loro ambizioni, insieme avessero ritrovato una nuova, e allo stesso tempo classicissima, grammatica cinematografica.

“Star Wars – Gli ultimi Jedi “ di Rian Johnson (Voto: 7,5)

Sì, è vero, quel finale alla Mel Brooks, in cui si toccano involontariamente le vette di Balle Spaziali e del mitico “che lo sforzo sia con te”, non lo perdoneremo facilmente a Rian Johnson e alla Disney. Più di qualche battutina di troppo – ma davvero non ricordate il nobile cazzeggio lucasiano? -, di animaletti partoriti dal marketing (ricordiamo che è sempre George ad avere partorito obbrobri come Jar Jar Binx e gli Ewok), più dell’inevitabile partenza diesel e di un villain ancora debole e senza molto carisma, ma capace di incarnare qui il senso profondo del punto di passaggio di consegne tra un’epoca e l’altra. Molto più di un Mark Hamill che ormai assomiglia a Paolo Rossi (l’attore) ed è diventato maestro Jedi per anzianità.
Va di moda, ora, urlare alla Disney colonizzatrice di icone: nelle proiezioni future potrebbe ritrovarsi a gestire i quattro quinti del nostro immaginario. Ma Star Wars, che qui si ritrova a subire l’attacco della Casa di Topolino nella sua struttura più profonda, a differenza di quello che dicono in molti, sembra reggere bene. Certo, la rivoluzione è copernicana, c’è sicuramente il tentativo di uniformare un universo altro a un cinemarketing moderno e trovare i gusti di un pubblico diversissimo rispetto a 40 anni fa, ma il risultato è ottimo. Perché in questo processo Star Wars resiste, fa i conti con se stesso e al netto di qualche sfumatura migliorabile, trova nella sua protagonista un valido alfiere del passato e del futuro, nella sceneggiatura una solida base, nel ritmo e nelle coreografie belliche – dopo una partenza troppo lenta – una bella sintesi tra ciò che era e ciò che sarà. Chi urla contro questo Star Wars VIII forse non ricorda tanto i presupposti artistici della prima trilogia e ancora meno quelli “commerciali”, forse perché la nostalgia canaglia spesso ci abbaglia, e sicuramente perché quei film hanno avuto quattro decenni per sedimentare dentro di noi e diventare mito. Ora è un altro mondo, un altro cinema. Ma l’universo Star Wars, probabilmente, poteva e può sopravvivere solo cambiando. Rimanendo, dentro, sempre se stesso: date tempo a Daisy Ridley e Oscar Isaac e un giorno chiederemo anche il loro ritorno.

“Super Vacanze di Natale” di Paolo Ruffini (Voto: 6,5)

Il cinepanettone è morto, viva il cinepanettone. Era giusto che fosse proprio Aurelio De Laurentiis a sancire il decesso del genere: dopo l’ottimo Volfango De Biasi, che aveva provato, riuscendoci, a far commedie che avrebbero fatto il loro anche in qualsiasi altro periodo dell’anno (anzi, forse di più), uscendo dal trash di un tempo fatto di peti, tradimenti urlati e incastri pericolosi, ora per tornare al suo pubblico “da 26 dicembre” (quelli che in sala ci vanno una volta l’anno e che amano il cinemeteorismo) ha deciso di fare un greatest hits. Trentacinque anni di cinepanettoni racchiusi in un montaggio di Paolo Ruffini, cinefilo ossessivo che oltre ad averne fatti diversi da attore li conosce a menardito. Come dire: non possiamo fare di meglio, torniamo al passato. Il risultato è, diciamolo, divertente: Super Vacanze di Natale è il cinepanettone senza le parti noiose e le appendici sciatte, è un pot pourri di comicità, è uno sguardo, anche inquietante, su come eravamo, cosa siamo e cosa ci piace, tutt’ora. E Ruffini ha saputo davvero scegliere non solo il meglio, ma ciò che era più rappresentativo e divertente, nobilitando il genere e allo stesso tempo uccidendolo. Perché dopo Super Vacanze di Natale, sarà impossibile fare meglio. O, forse, fare altro.

“Poveri ma ricchissimi” di Fausto Brizzi(Voto: 3)

Lucia Ocone e Paolo Rossi. Nell’oceano di noia che è Poveri ma ricchissimi, è giusto comunque sottolineare che due attori veri riescono a farsi valere. Pur con battute improbabili e caratterizzazioni imbarazzanti. Perché se sei bravo – lo dimostra Christian De Sica, professionale come sempre – riesci comunque a farlo vedere. Ma non a salvare un’opera sciatta nella regia come poche altre, incapace di osservare le regole minime di una commedia dignitosa: il ritmo, un plot che abbia una coerenza minima, dialoghi che sappiano creare la minima chimica tra personaggi e situazioni. Per dire, Poveri ma ricchi, che aveva un buon modello, ci era riuscito anche perché il soggetto fondato sulla critica social-antropologica radical chic era sicuramente più solido ed efficace di questo improbabile principato di Torresecca che prova a mettere insieme Catalogna e Trump (il trucco e parrucco di De Sica e Ocone novelli Donald e Melania è roba da Bagaglino), forzato oltre il limite del buon gusto. Sarebbe ora, peraltro, di riflettere sulla figura di Enrico Brignano: non fa ridere, recita maluccio e viene adorato perché entra in empatia con la parte peggiore degli spettatori (quella razzista e sessista, in particolar modo), anche quando non è lui a scriversi il ruolo.
P.S.: sembra davvero lontano mille miglia il Fausto Brizzi non solo di Notte prima degli esami ma pure di Maschi contro Femmine e Femmine contro Maschi.

“Natale da Chef” di Neri Parenti (Voto: 1)

Basterebbe, forse, il nome del protagonista per dirci tutto sul film: Gualtiero Saporito. Ecco, è la cosa più divertente del film, se si esclude la commovente gag che vede urlare Enzo Salvi, infilzato nel di dietro da una spada, “m’avete scambiato er culo pe na sarciccia!”. In cui chiaramente ridi per non piangere. Neri Parenti, intellettuale raffinato che da anni si dimentica di esserlo dietro la macchina da presa, prova insieme a Massimo Boldi la solita ricetta: prendere ciò che è più di moda e farne parodia trashissima. Qui è la moda della cucina-spettacolo: da Masterchef a Mastertrash dunque. Il risultato è avvilente: i pochi momenti che sarebbe eccessivo definire divertenti, ma almeno non maniconicamente imbarazzanti, sono vecchi di almeno due decenni. Sì perché l’Italia che esce fuori da Natale da Chef (così come gli italiani di tutte le opere con il Boldi rimasto triste, solitario y final) è morta e sepolta da anni, così come quel modo di fare commedia. E’ un trash invecchiato male, che non fa ridere nemmeno chi un tempo si sganasciava con culi infilzati, docce equivoche e peti in libertà. Quando ridi, ridi per un politicamente scorretto talmente sgangherato che la tua risata è quasi isterica. Per l’umorismo del tentativo, più che per l’efficacia della gag.

Leggi anche: