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25 Film dal Sundance 2017

Meditazioni sui Grateful Dead, documentari su Gawker e Cate Blanchett che interpreta 13 personaggi nello stesso film: il meglio dal prestigioso festival del cinema di Park City

Mentre il grande pubblico rimugina su ciò che ha visto nel 2016 e su quale film si merita l’Oscar e quale no, il Sundance Film Festival guarda avanti, non concentrandosi soltanto su ciò che finirà nelle liste di fine anno, o su cosa verrà votato dall’Academy tra 12 mesi (fermo restando che al festival hanno esordito sia Boyhood nel 2014 sia Manchester by the Sea l’anno scorso). Da quasi quarant’anni, prima ancora che venisse intitolato al più famoso fuorilegge del cinema, il festival fondato da Robert Redford in una cittadina dello Utah guarda al futuro del cinema.

A volte lo fa offrendo uno spazio ai registi che lavorano in maniera indipendente, al di fuori dello studio system, o a chi rappresenta culture che, tradizionalmente, vengono ignorate dal mainstream. In altri casi, lo fa con l’aiuto del Sundance Institute, i cui workshop e laboratori hanno allevato generazioni e generazioni di registi, sceneggiatori e attori che hanno avuto un impatto sui film (e su come pensiamo ai film) in maniera indelebile. Certo, rispetto a trent’anni fa – o venti, o anche cinque – il festival ha ampliato il suo lato commerciale. Ma ciò non toglie che al suo interno potete ancora trovare documentari di fondamentale impatto sociale, lavori che innovano il mezzo e l’espressione cinematografica, e potete osservare i primi passi dei grandi registi di domani. A oggi, il Sundance è il luogo in cui si va, ogni anno, per scoprire la nuova direzione del cinema.

Alcuni dei film del Sundance 2017 hanno inevitabilmente scatenato la nostra curiosità. Freschi di festival, vi proponiamo una selezione dei 25 lavori più interessanti di questa edizione – c’è davvero di tutto, dai documentari sui Grateful Dead, a quelli sulla caduta di Gawker; e poi ci sono le biopic sulle “Roxanne Wars” dell’hip-hop, sui re della Polka truffaldini; ci sono commedie bizzarre, drammoni strappalacrime, e un progetto inclassificabile, in cui Cate Blanchett interpreta 13 personaggi che declamano 13 diversi manifesti artistici. Una lista dei film che non potete perdere nel corso dell’anno.

Bushwick

In un futuro non troppo lontano (che sia l’America post-inaugurazione di Trump?) il Texas ha deciso di staccarsi dal resto della nazione. La fazione secessionista vuole impossessarsi anche di New York – e così, il quartiere di Bushwick, a Brooklyn, si trasforma in una zona di guerra. Brittany Snow, insieme a Dave Bautista de I guardiani della galassia, deve attraversare cinque isolati senza farsi uccidere, il che era già difficile prima che scoppiasse la Guerra Civile. Senza dubbio la premessa più brillante del festival. E speriamo rimanga confinata al cinema.

Band Aid

Coppie sposate litigiose, questo fa per voi: perché non tramutare tutti i vostri bisticci coniugali in piccole canzoni indie? Uno spunto curioso per la sceneggiatrice-regista-attrice Zoe Lister-Jones, che tenta la strada del film agrodolce, mostrandoci una moglie frustrata (Lister-Jones) e il suo arrapatissimo marito un po’ cretino che, con un giro di accordi, fanno una vera e propria terapia di coppia. Tra gli attori anche Fred Armisen del Saturday Night Live e di Portlandia, e non potrebbe esserci casting più appropriato, visto che la trama sembra presa proprio da uno sketch di Portlandia, ma con più pathos.

The Big Sick

The Big Sick

“Scrivi di ciò che conosci,” si dice, e la coppia di sceneggiatori composta da Kumail Nanjiani ed Emily V. Gordon, marito e moglie, ha preso questo modo di dire alla lettera. Il loro film parla degli alti e bassi delle relazioni interrazziali, di trionfi e difficoltà di una vita nella stand-up comedy, e delle aspettative che i figli di immigrati si trovano sulle spalle. Nanjiani, comico di Silicon Valley, interpreta se stesso. Zoe Kazan è, invece, l’alter ego di Emily Gordon. Il produttore è Judd Apatow di 40 anni vergine, mentre alla regia troviamo Michael Showalter di Wet Hot American Summer.

Call Me By Your Name

Call Me By Your Name

Luca Guadagnino, “italiano all’estero”, torna con un film di formazione su un diciassettenne (Timothée Chalamet) che incontra un americano in vacanza (Armie Hammer), nella cornice di scenari mediterranei da cartolina, reliquie greco-romane, Michael Stuhlbarg con la barba. Se c’è una persona in grado di rappresentare sullo schermo “quell’estate che ti ha cambiato la vita” in maniera magica e sensuale, è Guadagnino. Se avete già visto Io sono l’amore e A Bigger Splash, saprete bene che il regista è il Re Mida della sensualità da feuilleton.

Casting JonBenet

Vuoi fare un documentario sul caso di JonBenét Ramsey, la reginetta di bellezza di sei anni trovata morta in casa tua? Non vuoi seguire la strada trita e ritrita del film investigativo o giornalistico? Segui l’esempio di Kitty Green, che prende le mosse da un’“esplorazione” di questa storia true crime attraverso ricostruzioni, reazioni dei vicini di casa, ed elementi più legati all’aspetto della “performance”, e in questo modo esamina il caso da tutte le possibili angolazioni. Il programma ufficiale del Sundance dice che “il suo approccio, unico nel suo genere, permette che sia i fatti sia gli elementi di fantasia del caso vengano illustrati all’interno del film”. Siamo tutt’orecchi.

The Discoveryt

Charlie McDowell è responsabile della migliore commedia romantica indie di fantascienza del ventunesimo secolo (The One I Love, 2014). Oggi, torna al Sundance come sceneggiatore-regista con un thriller su uno scienziato (nientepopodimeno che Robert Redford, il fondatore del festival) che scopre che, ta-dan, la vita dopo la morte esiste. Jason Segel interpreta lo scettico figlio del protagonista; Rooney Mara è la donna misteriosa che tiene veramente tanto a parlare con il dottore dell’aldilà. Moriamo dalla voglia di vederlo (capito il gioco di parole?)

The Force

The Force

Come molti altri dipartimenti di polizia negli USA, il Dipartimento di Polizia di Oakland ha avuto qualche difficoltà nelle pubbliche relazioni in seguito ad alcuni incidenti controversi. A differenza di altre città, però, in questo caso il capo della polizia ha cercato attivamente di facilitare il rapporto tra polizia e comunità – e, con la sua camera, un filmmaker ne ha documentato i progressi. Il regista Peter Nicks pedina gli esponenti del dipartimento ovunque: dalle conferenze stampa sulla trasparenza, ai giri di pattuglia, alla nascita di un movimento – Black Lives Matter – che chiede alla polizia un’assunzione di responsabilità. Il ritratto di un anno intenso.

A Ghost Story

A Ghost Story

Non si sa bene come trovi il tempo, ma tra il sottovalutatissimo remake de Il drago invisibile, la supervisione di una mezza dozzina di progetti di altri registi indie, e la preparazione di altri grossi film, David Lowery, regista-sceneggiatore-direttore della fotografia-montatore, ha fatto una telefonata ai due protagonisti del suo Senza santi in paradiso: i tre, in segreto, hanno filmato un horror a basso budget. (Ma quand’è che trova tempo per dormire?) Casey Affleck è il fantasma di un uomo che perseguita (o spia e basta?) la sua fidanzata, Rooney Mara. Il film viene descritto dal Sundance come “alimentato da uno spirito di pura espressione creativa,” che è un modo elegante per dire “poco commerciale”. Questo racconto soprannaturale tutto atmosfera sembrerebbe molto più interessante di un classico horror da salti sulla poltrona.

Give Me Future

I Rolling Stones non sono stati i soli a passare alla storia per un recente concerto a Cuba; nel 2015, i Major Lazer, superstar della dance, hanno fatto anche loro il proprio concerto a L’Avana, e si sono trovati mezzo milione di persone che ballavano – letteralmente – per strada al ritmo della loro musica. Austin Peters, celebre regista di video musicali, ha documentato tutto, offrendoci il ritratto fiorente di una scena giovanile in una nazione che fino a poco tempo fa soffriva sotto il peso di pesanti sanzioni. È una gioventù che adora il futurismo reggaeton e tutti i successi di Diplo.

The Hero

Brett Haley, regista che al Sundance aveva già riscosso un successo inaspettato nel 2015, con Nei miei sogni, si ritrova con quell’uomo tutto d’un pezzo che è Sam Elliott e, insieme, la coppia racconta la vita quotidiana di una star del cinema in là con gli anni.
L’anziano protagonista un tempo era il classico mandriano dei film; oggi, passa le giornate a farsi, pensando ai tempi di gloria. Ma quando il destino ti gioca una mano scarsa, cosa può fare, un uomo, se non andare a cercare l’affetto di una famiglia con cui ha perso i contatti? Una trama da iniezione di insulina, non ci piove; ma è in buone mani: nei suoi lavori precedenti, Brett Haley ha trattato il tema dell’anzianità con una grazia fuori dal comune. E se, nel frattempo, ci scappasse l’Oscar alla carriera per i baffi di Sam Elliott, non guasterebbe.

An Inconvenient Sequel: Truth to Power

Non c’è momento più appropriato di questo per il sequel di Una scomoda verità, il documentario sul cambiamento climatico che vinse il premio Oscar nel 2006. Stiamo vivendo un periodo molto particolare: l’amministrazione Trump si riempie di negazionisti del riscaldamento globale, e il Presidente ha chiesto che gli fossero presentate liste di nomi e credenziali degli impiegati del Dipartimento di Energia che fossero andati alle conferenze sul tema. Al Gore, ex vice-presidente, nonché la mente dietro a Una scomoda verità, continua il suo lavoro in questo secondo documentario, investigando sui danni che abbiamo fatto alla grande biglia blu che è la nostra Terra, e su come possiamo arginare la catastrofe cambiando le nostre abitudini, adattando fonti di energia alternativa, e correndo ai ripari da subito. Aiutaci, Al-bi Wan. Sei la nostra unica speranza.

Killing Ground

Damien Power, regista della Tasmania, ha senz’altro studiato il cinema di genere americano. Killing Ground, incentrandosi su una coppia di campeggiatori che incontra due cacciatori del luogo (dei figuri che non hanno solo la passione per la caccia) ha un chiaro debito nei confronti de L’ultima casa a sinistra e di Non violentate Jennifer, come di altri classici da drive-in. Ma non solo: è anche un notevole film d’esordio che gioca, in modo intelligente, con la cronologia degli eventi del film, e con il vostro sistema nervoso centrale. Poi non dite che non vi avevamo avvertiti.

Kuso

Paranoia urbana, disastri naturali, camei di George Clinton e Tim Heidecker, effetti speciali da “rivoltarti lo stomaco”… Di certo non ci saremmo aspettati nient’altro dall’esordio alla regia di Steven Ellison, la mente malata che in campo musicale conosciamo come Flying Lotus.
Ambientato in una Los Angeles sconquassata dai terremoti, in cui le tv, dappertutto, trasmettono spazzatura visiva ventiquattr’ore su ventiquattro, questo collage di incubi fatto film sembra ciò che trovi sull’enciclopedia alla voce “film di mezzanotte”. In un tweet, Flying Lotus ha scritto che Kuso è il film che “ha terrorizzato il manager di Dave Chappelle”. In preparazione per le riprese, sui social media il musicista cercava un artista di effetti speciali specializzato in “bukkake mutante”. Tenetevi forte.

Long Strange Trip

Dagli Warlocks a Winterland ’73, da band hippie nota per i suoi happening intinti nell’acido, a colosso degli stadi: un documentario di quasi quattro ore (!) diretto da Amir Bar-Lev (The Tillman Story) segue l’evoluzione dei Grateful Dead in una delle rock band più influenti della storia. Ricco di materiale d’archivio mai visto prima, e interviste a quasi tutti i membri (viventi) del gruppo. Se non vuole deluderci, il documentario si addentrerà in territori inesplorati per finire, in bellezza, in uno spettacolo trascendentale. Certo, potrebbe essere la droga a parlare.

Machines

Una vera scoperta, direttamente dalla sezione “World Documentary” del festival. Un documentario che rifugge il formato televisivo e permette allo spettatore di mettersi nei panni dei lavoratori sfruttati delle fabbriche in India, proprio come fosse lì. Il regista, Rahul Jain, punta la camera sul pavimento sudicio delle fabbriche, sui ragazzini che dormono in piedi nel bel mezzo di un turno da sedici ore: sono sempre le immagini a parlare. Di tanto in tanto, le incredibili, lunghissime inquadrature di uomini e macchinari vengono interrotte dalle testimonianze di lavoratori immigrati – persone che hanno lasciato la propria casa, a centinaia di chilometri di distanza, per assicurarsi un posto di lavoro. Un film al tempo stesso ipnotico e spaventoso, che ci offre uno sguardo raggelante sul lavoro industriale, senza quasi mai dire una parola.

Manifesto

Ed eccoci al film più meravigliosamente “WTF” di tutto il festival: Julian Rosefeldt, artista sperimentale tedesco, raccoglie in un unico lungometraggio una serie di corti (presi dalla sua mostra dell’anno scorso alla Park Avenue Armory). La gamma dei suoi protagonisti va da un senzatetto a una marionettista a una giornalista televisiva: tutti leggono dichiarazioni famose degli ultimi secoli e decenni. Ah, l’abbiamo già detto che sono tutti interpretati da Cate Blanchett?

Nobody Speak: Hulk Hogan, Gawker and Trials of a Free Press

Hulk

Abbiamo tutti sentito parlare del sex tape con protagonista Hulk Hogan che ha mandato Gawker in bancarotta; questo documentario di Brian Knappenberger racconta la storia dietro alla storia, quella storia in cui gli ultramiliardari hanno cominciato a influenzare la libera stampa degli USA nell’era digitale. (Anche qui, il documentario ci arriva al momento giusto). Le fazioni anti-Gawker si staranno godendo la vittoria, ma il messaggio su soldi, media e manipolazione di informazioni che il film ci offre mette in luce il fatto che la posta in gioco è molto più alta di un caso isolato in cui un riccastro della Silicon Valley chiude un sito di gossip politico.

The Polka King

The Polka King

Anche se questa biopic su Jan Lewan (un immigrato polacco che diventò una star della polka e poi venne incriminato per frode) non avesse come protagonista Jack Black, anche se Jenny Slate e Jason Schwartzman non fossero nel cast, e anche se questa storia assurda non fosse una metafora perfetta del Sogno Americano, saremmo comunque in prima fila per vedere il film. Perché, dite voi? Perché il programma del Sundance, nel descriverlo, ha usato l’espressione “uno schema Ponzi con la Polka” – il che, francamente, è musica (di fisarmonica) per le nostre orecchie. La regista è Maya Forbes di Teneramente Folle.

Roxanne Roxanne

Roxanne Roxanne

Nacque come uno dei migliori dissing della storia dell’hip-hop: “Roxanne’s Revenge”, la risposta per le rime a una canzone degli UTFO che parlava di femmine incazzose, e che da un giorno all’altro trasformò la quattordicenne Lolita Shanté Gooden (qui interpretata da Chanté Adams) in una star, dando inizio alle “Roxanne Wars”. Questa biopic diretta da Michael Larnell ha come protagonista la giovane di Queensbridge e rivisita un momento chiave della storia del rap, esplorando la storia di una donna che, con un solo disco, è diventata una M.C. da battaglia che, come direbbe lei, passa il tempo a “rockin’ on the beat-a that you can see.”

Rumble: The Indians Who Rocked The World

È un dato che non compare spesso nei libri sul rock, o nella storia della musica “da Elvis ai Sex Pistols”, ma i Nativi Americani hanno avuto un’influenza fondamentale sulla musica pop. Questo documentario di Catherine Bainbridge e Alfonso Maiorana rimedia alle lacune dei libri, spiegandoci come molti musicisti di origini simili – da Charlie Patton a Buffy Saint-Marie, da Link Wray a Robbie Robertson – hanno giocato un ruolo cruciale nello sviluppo di jazz, blues, folk, hip-hop, e di tutti i tipi di rock. Il documentario include interviste a tutti, da Martin Scorsese a David Fricke di Rolling Stone; sentirete l’inno nazionale degli Stati Uniti suonato da Hendrix (aveva sangue Cherokee nelle vene) sotto una luce completamente diversa.

78/52

78:52

78 singole inquadrature e 52 stacchi di montaggio: questi i dati dietro alla famigerata scena della doccia di Psyco. Quel genio in carne e carne che era Alfred Hitchcock ha preso dei pezzetti di celluloide, un po’ di nastro adesivo, e ha fatto la storia. Il regista Alexandre O. Philippe (di The People vs. George Lucas) analizza la famosa sequenza, inquadratura per inquadratura, esaminando il contesto sociologico che circonda i tre minuti più celebri della carriera cinematografica di Hitchcock. I nerd del cinema godranno tantissimo.

Time: The Kalief Browder Story

Con Jay Z come produttore esecutivo, questa docuserie in sei episodi racconta la tragica storia di Kalief Browder, abitante del Bronx ingiustamente arrestato per rapina. Browder ha trascorso anni in galera, aspettando il processo, e quando, finalmente, i suoi legali hanno provato la sua innocenza, ed è stato rilasciato, era già diventato il volto di un movimento di attivisti, e presto sarebbe diventato un’altra vittima del sistema. Solo l’anno scorso, sempre al Sundance, è stata proiettata un’altra serie-maratona – O.J.: Made in America –, oggi in corsa per l’Oscar. Come nel caso di O.J., anche il tema di Time sembra suggerire che il microcosmo di un singolo caso si presti a descrivere un intero macrocosmo di problemi sociali.

Wilson

Daniel Clowes, semidio delle graphic novel indipendenti, adatta per lo schermo il suo fumetto del 2010. Woody Harrelson interpreta il protagonista, uno sboccatissimo pezzo di merda che cerca di rintracciare la figlia adolescente che ha appena scoperto di avere. Se sia più Art School Confidential o Ghost World, lo scopriremo solo vedendolo, ma è Craig Johnson a dirigere questo lavoro satirico tutto personaggi, e il suo precedente film, Uniti per sempre è un mix perfetto di umorismo e sentimentalità, quindi le aspettative sono alte.

Wind River

Wind River

Taylor Sheridan, uno degli sceneggiatori più freschi degli ultimi anni (sono suoi Sicario e Hell or High Water) passa alla regia con questa storia su un cadavere scoperto in una riserva. Il poliziotto che lo trova (Jeremy Renner), e l’agente federale che investiga sul caso (Elizabeth Olsen), intraprendono un viaggio nel cuore di tenebra delle pianure d’inverno del Wyoming. Se il risultato è un ibrido neo-Western degli ultimi due film che Sheridan ha scritto, allora a) ok, e b) ancora una volta ok. Jon Bernthal è un altro benvenuto nel cast, lui e la sua faccia da pugile.

XX

Antologia horror creata da un gruppo tutto al femminile, XX è un quartetto di storie dell’orrore volto al rosa da esperte del genere (le registe sono Roxanne Benjamin di Southbound, Karyn Kusama di The Invitation, e Jovanka Vuckovic, filmmaker e collaboratrice di Rolling Stone). Alcuni dei corti hanno titoli piuttosto inquietanti (“Non cadere”, “Il suo unico figlio ancora in vita”), e una delle curiosità è che potremo finalmente assistere all’esordio alla regia di una certa Annie Clark, che conoscerete meglio come St. Vincent. Non che servisse per convincerci: ad “antologia horror” avevamo già comprato i popcorn.