Zach Braff: «Un film di Scrubs? Perché no, magari su Netflix»

Abbiamo fatto due chiacchiere con il mitico J.D. che dirige tre mostri sacri nella commedia "Insospettabili sospetti", da domani al cinema

Lo abbiamo amato nei panni dello specializzando Dottor John Dorian nei 175 episodi di Scrubs, di cui siamo tutti un po’ orfani. Ma Zach Braff, dopo quel grande successo, ha preferito allontanarsi dalla luce dei riflettori per intraprendere un percorso più personale, iniziato di fatto con il suo primo film da regista, La mia vita a Garden State (anno di grazia 2004) e proseguito con Wish I Was Here, totalmente finanziato grazie a una campagna di crowdfunding.

E adesso, per la prima volta, lo troviamo soltanto dietro la macchina da presa, per il remake di Vivere alla grande, un classico moderno che nel 1979 riunì Lee Strasberg, Art Carney e George Burns. Questa volta il trio è formato da Alan Arkin, Morgan Freeman e Michael Caine e il titolo del film è Insospettabili sospetti, e ne abbiamo parlato direttamente con il regista. Di questo e molto altro.

Mr. Braff, dev’essere stato un grande piacere dirigere un cast di questo livello.
Assolutamente, sono stati fantastici, oltretutto come spesso succede nelle commedie si tratta di un film con una comicità anche fisica, e nonostante abbiano ottant’anni e giravamo a New York in agosto, non si sono mai tirati indietro.

Questo vuol dire essere dei professionisti, oltretutto con carriere e stili diversissimi tra loro. Eppure sembrano avere recitato insieme tutta la vita.
È vero, già dal primo giorno si comportavano come se fossero amici da sempre e ognuno di loro ha messo nel film qualcosa di diverso dal proprio bagaglio e attinto a quello degli altri. Il risultato era ogni giorno sorprendente per me.

La commedia è il genere più difficile per un attore, far ridere la gente è una cosa seria e lei lo sa bene.
Eccome, ed è la ragione per cui sono stato scelto per dirigere questo film. Amo la commedia, soprattutto se bilanciata da un lato intimista e sentimentale, proprio come in questo caso.

Per la prima volta solo nei panni di regista. Non vorrà mica dedicarsi solo a questo e smettere di recitare?
No, adoro recitare, ma quando mi è capitata questa sceneggiatura per le mani me ne sono innamorato. Prima di tutto perché non vuole ricalcare il film originale, ma ha tanti cambi di tono, di ritmo e di genere. Ed è un film assolutamente universale, che porta al cinema tutta la famiglia, dai bambini ai nonni. Era davvero qualcosa che volevo fare.

A proposito del film originale, questa nuova versione è decisamente più leggera e piena di speranza.
Vivere alla grande è un film magnifico, girato e scritto da un grande regista come Martin Brest, ma realisticamente al giorno d’oggi un film con un finale così drammatico non è un prodotto per una major. Forse per una produzione indipendente, ma in ogni caso sarebbe un oggetto difficile da presentare al pubblico.

La locandina di “Insospettabili Sospetti”, al cinema dal 4 maggio

Parlando di remake, lei è stato il protagonista della versione americana de L’ultimo bacio. Cosa l’aveva colpita del film originale di Gabriele Muccino e cosa non ha funzionato per il pubblico americano?
È un grande film. E la sceneggiatura americana era altrettanto buona, ma credo che il nostro pubblico non sia abituato a reggere dialoghi e situazioni di coppia così come le ha sapute raccontare Gabriele Muccino. A nessuno piace confrontarsi con una versione così realistica della vita di coppia. Per questo il film è andato male, sui social hanno cominciato subito a girare post del tipo “Grazie Zach Braff per la grandiosa litigata che mi ha fatto fare con la mia ragazza!”.

Dai remake ai sequel: ce lo dica, vedremo ancora il dottor John Dorian?
È incredibile quanto Scrubs sia popolare in Italia, credo sia il territorio dove ha avuto più successo. A proposito di un seguito, ne abbiamo parlato ogni tanto, ma non credo potrebbe reggere un’intera nuova stagione, mentre siamo abbastanza convinti che un film sarebbe la formula migliore e l’ipotesi c’è, magari per Netflix. Vediamo, potrebbe succedere.

Netflix, crowdfunding: il cinema sta davvero cambiando.
Assolutamente, sono tempi eccitanti ma anche misteriosi. Essere indipendente oggi e avere la libertà di raccontare storie a modo tuo significa anche trovare modi diversi per poterle finanziare. La distribuzione in sala è sempre più difficile e costosa, e oltretutto il pubblico esce sempre meno di casa e preferisce l’intrattenimento che può trovare sul proprio televisore.

Ecco, le serie sono forse il più grande nemico del cinema, e lei lo sa bene. Ma è davvero così?
HBO, Netflix, Showtime, Amazon, Hulu negli ultimi anni sono riuscite a produrre serie televisive di livello assolutamente cinematografico. Una puntata di Game of Thrones ha un budget che per la tv era impensabile anni fa e che lo è oggi per un film indipendente. Il livello è talmente alto che la gente per uscire di casa e andare al cinema deve avere davvero un buon motivo. Quindi il cinema deve alzare l’asticella per contrastare la televisione e se la competizione fa sì che il livello dei prodotti diventi più alto, allora non si può dire che le serie siano il male del cinema.

Torniamo ancora indietro nel tempo. Tredici anni fa usciva il suo primo film da regista, La mia vita a Garden State, che oggi è un piccolo cult.
Fu un’esperienza fantastica, quando trovai i soldi per farlo quasi non ci credevo. Eravamo una troupe minuscola e un cast ancora più ridotto, eravamo nel New Jersey d’estate e c’era Natalie (Portman n.d.r.), fu un’esperienza incredibile. Quando poi il film era finito e andò al Sundance Film Festival, dove ebbe un successo inaspettato, non ci credevo. Era la prima sceneggiatura che avevo scritto in vita mia e Garden State sarebbe poi diventato un successo in tutto il mondo.

Merito anche della bellissima colonna sonora, che oltretutto aveva selezionato lei pezzo per pezzo.
All’epoca non me ne rendevo conto, ma quando ho iniziato a montare Garden State ho realizzato la straordinaria importanza delle musiche o delle canzoni. Non si tratta solo di una questione di ritmo, che è comunque importante, ma è proprio sapere di avere trovato il pezzo giusto per raccontare ogni particolare passaggio del film. E quando lo trovi ti senti benissimo.

Ultima domanda a proposito di Wish I Was Here. Come mai non è arrivato in Italia?
È un mio grande rammarico, ho curato tutto personalmente del film, comprese le vendite internazionali, e l’Italia è l’unico paese europeo dove non ho trovato un distributore interessato. Quando sono venuto a presentarlo a Roma ai sostenitori della campagna Kickstarter avevo promesso che sarei riuscito a farlo uscire almeno in Blu-ray. Forse abbiamo trovato un partner finalmente e se uscirà verrò personalmente a presentarlo ai fan italiani che mi scrivono spesso su Facebook per sapere che fine ha fatto il film.

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