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Spike Lee racconta il Michael Jackson di “Off the Wall”

Il nuovo documentario sul re del pop, che racconta di "Off the Wall", verrà trasmesso per la prima volta in tv. «Se dovessi fare un film su "Thriller", andrei da MTV per infilargli le mie due Jordan su per il culo»
Spike Lee ha già diretto un documentario su "Bad". Foto: Rahav Segev/Getty Images

Spike Lee ha già diretto un documentario su "Bad". Foto: Rahav Segev/Getty Images


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C’è un momento a circa un terzo del nuovo documentario di Spike Lee Michael Jackson’s Journey From Motown to Off the Wall in cui l’archivista dei beni di Jackson tira fuori una lettera giallina, stropicciata e legge ad alta voce. È scritta da Michael dopo che lui e i suoi fratelli, noti come Jackson 5, avevano lasciato la Motown, cambiando nome in Jacksons, e il futuro King of Pop si appuntava delle sue aspirazioni future: avrebbe voluto entrare nel mondo del cinema, sperimentare nuovi generi musicali e avrebbe voluto essere chiamato semplicemente MJ. Poi, verso la fine di questo grande progetto in miniatura, c’è una frase, da sola, scarabocchiata in mezzo alla pagina: “Voglio essere il più grande artista di tutti i tempi”.

Se dovesse capitare, provate a parlare di questa lettera a Spike Lee, e il regista esploderà in una delle sue risate che attraversa i muri, anche quelli della sala stampa del Sundance dove è seduto. «Per la maggior parte delle persone, questi obiettivi potrebbero non essere raggiungibili. Ma credo che possiamo dire tranquillamente che Michael ha raggiunto tutti i suoi scopi, e qualcun altro ancora». Nei primi anni Ottanta, nel momento in cui Thriller stava trasformando il ragazzo di Gary, Indiana in un fenomeno mondiale a ritmo di moonwalking, Jackson era la più grande star musicale nel mondo. Prima di questo momento, però, si era dovuto liberare delle voci che lo definivano un “cartone animato”, si era dovuto mettere in proprio e realizzare un album solista che sarebbe poi diventato uno dei punti di riferimento del pop di fine anni Settanta.

Passando in rassegna la parabola che ha trasformato il ragazzino in uomo, che lo ha fatto passare da singoli come ABC alla pubblicazione del suo album del 1979, Off the Wall, il documentario racconta esattamente come quel ragazzino brufoloso con i capelli afro e una voce angelica sia diventato l’artista che ha registrato pezzi Don’t Stop ‘Til You Get Enough, Working Day and Night, Rock With You e She’s Out of My Life. E come ha fatto con Bad 25, che parlava dell’album del 1987 di Jackson, Spike Lee ha selezionato materiale d’archivio e ha realizzato interviste ai collaboratori del cantante, ai famigliari e a personaggi famosi, da Pharrell Williams a Misty Copeland e Kobe Bryant per dipingere un quadro a 360 gradi su come MJ sia riuscito a creare un classico. «Abbiamo unito i puntini», dice Lee. «La gente si è dimenticata del fatto che Michael, oltre a tutto il resto, abbia fatto dell’ottima musica. Rappresenta la maggior parte del motivo per cui abbiamo fatto questo lavoro. È da dove è iniziato tutto».

Sdraiato sulla sedia e con lo sguardo fisso al casino del festival sulla strada più in basso, Lee parla delle ambizioni di Jackson mentre registrava quell’album seminale, di cosa vorrebbe fare se potesse parlare la prossima volta di Thriller e di come l’attitudine revisionista su come MTV abbia supportato gli artisti di colore sia da far cancellare.


Ti ricordi di aver sentito quell’album quando uscì?
Oh yeah, estate 1979. Avevo finito a maggio il college a Morehouse (college di Atlanta frequentato da Lee, ndt) e stavo per iniziare la scuola cinematografica alla NYU, ma tra una cosa e l’altra sono stato abbastanza fortunato da trovare uno stage di otto settimane alla Columbia Pictures. Quindi ero a Los Angeles quando uscì, e dovunque andassi c’era questo album.

E quando lo ascolti ora, cosa senti?
Sento qualcosa che potrebbe essere stato registrato ieri. Non suona come un album di fine anni Settanta. È ancora innovativo. Sento molta della musica contemporanea lì dentro, nonostante sia stato pensato e registrato 35 anni fa. Pharrell lo dice nel film: “La mia musica è direttamente influenzata da questo uomo e da questo album. Anche Justin Timberlake lo dice! The Weeknd lo dice! Senti molto di Off the Wall nella musica di oggi.

Come ha selezionato la gente che parla di Michael nel film? Pharrell e Questlove sono scelte scontante; l’apparizione di Kobe Bryant è stata una sorpresa.
È la prova che l’influenza di Michael è dovunque, non solo nella musica ma anche nello sport. Game respects game! [Ride]

Quando hai iniziato a scavare negli archivi…
Non voglio parlare di quello che abbiamo trovato, sveleremmo tutti i nostri segreti! La gente deve guardare e scoprirlo.

Ma possiamo parlare dell’incredibile lettera che hai trovato?
Oh sì, la lettera che ha scritto dove dice che vuole essere il più grande artista di tutti i tempi! Aveva già visualizzato dove avrebbe voluto andare, chi avrebbe voluto essere… Che percorso avrebbe dovuto fare per diventarlo. Puoi vedere che ha un piano, ce l’aveva da quando era giovane. Non si è mosso a caso, non è stato un incidente. Questa roba era stata pianificata! Dobbiamo essere chiari su una cosa, però: lui l’ha fatta succedere. Non c’è stata nessuna magia, nessun hocus pocus, nessun abracadbra. Si è sbattuto per arrivare a quel livello.



Secondo te, perché era così ispirato e così perfezionista? Pensi che sia grazie alla Motown, che era una vera fabbrica di successi?
Hanno contribuito un sacco di fattori diversi, penso. Aveva una forte etica del lavoro, presa da suo padre – l’uomo che si alzava tutte le mattine per andare al mulino e portare a casa il cibo per i suoi 11 figli. E poi, in prima persona, quando suo padre si è concentrato su di lui e sui suoi fratelli, facendoli provare giorno e notte, accelerando le loro carriere, ha capito quanto il duro lavoro potesse pagare. Lo stesso è successo con Berry Gordy e con l’etica lavorativa della Motown. Ma bisogna ricordare che è stato a contatto con alcuni dei più grandi artisti, sia sul piano lavorativo che personale: Stevie Wonder, Marvin Gaye, i Temptations, Diana Ross. Poi è andato in tour, e stava sul palco a guardare le performance di James Brown e Jackie Wilson. Ha visto tutto in prima persona. Quel ragazzino era una spugna!

E quando riempi gli spazi vuoti tra ABC e Off the Wall, vedi come ha assorbito tutte quelle influenze e come le ha sintetizzate nel suo lavoro solista…
È quello che cerchiamo di fare: unire i puntini. The Journey from Motown to Off the Wall — l’abbiamo chiamato così per una ragione.

È divertente sentire come le persone nel documentario dicano che non credevano che Quincy Jones fosse la persona giusta per produrre l’album. Era troppo squadrato e “jazzy”…
Come dice (il cantautore, ndt) Kenny Gamble nel film, “I talent scout… non capiscono niente!” [Ride] C’erano persone che non volevano che lui facesse quell’album, dicevano che non fosse giusto per lui. Ma la parte divertente è che, dopo che fu pubblicato, assolutamente nessuno diceva più niente! E poi tutti iniziarono a chiedere a Quincy Jones degli altri pezzi come quelli di Off the Wall. Hanno lavorato benissimo assieme, lui e Michael. Tre album meravigliosi, amico.

Alcuni membri della famiglia Jackson si fanno notare per la loro assenza. Erano contrari a questo film?
Ci sono alcuni contrasti tra chi gestisce l’eredità e la famiglia… questa è la realtà. Tutti sono stati invitati, e chi ha detto di sì è salito a bordo. È molto semplice.

Hai lavorato con Michael negli anni Novanta, giusto?
Nel 1996, sì, per i video di They Don’t Care About Us, dall’album HIStory. Perché ne abbiamo fatti due, in realtà: la versione in prigione e poi un altro, in Brasile. È stato davvero bellissimo lavorare con lui. Sono stati tra i momenti migliori che ho passato su un set. Non eravamo amici, non l’ho mai visto al di fuori del lavoro su quei video. Ma è stata una grande esperienza, sapeva esattamente cosa stava facendo.

Hai detto che si vede la felicità di Michael mentre lavora a queste canzoni. È difficile guardare queste riprese senza pensare a tutto quello che è venuto dopo?
Non è difficile per me, forse per voi lo è, ma per me no! Senza offesa, ci siamo concentrati su un periodo molto specifico della sua vita. Non guardo oltre, guardo indietro. Tutto il documentario per me vuol dire esplorare il suo approccio alla musica, non tutto il resto. Voglio ricordare alla gente che ha fatto della musica incredibile, e far capire come ci siamo arrivati. L’ho fatto con Bad, l’ho fatto con Off the Wall. E spero di poterlo farlo con Thriller!

Quindi farai un doc su Thriller?
È quello che voglio fare. Questo è il mio piano. Lo dico pubblicamente, lo farei in uno secondo. Ma non dipende tutto da me.



C’è parecchio materiale da cui attingere, non solo musicale, ma anche il modo in cui l’album ha avuto successo, l’apparizione ai Grammy, il modo in cui ha rotto la barriera dei video di colore su MTV…
Te lo dico, se dovessi arrivare a farlo, attaccherei MTV. Infilerei volentieri le mie Air Jordan su per il loro culo, credimi! [Ride] Voglio fare luce sulle cazzate revisioniste che stanno girando.

Quali cazzate revisioniste?
Che non c’è mai stato nessuno contrario il fatto di mettere la musica di Michael su MTV! Hai visto quel video di Bowie che è appena rispuntato fuori? No, dico, l’hai visto?

Sì, l’ho visto. È incredibile.
Dice la verità. Non è Spike Lee che dice «MTV non mette la musica dei neri», è David Bowie che lo dice! Senti cosa gli dice quello che lo sta intervistando, sul fatto di avere un certo pubblico, che spiega cosa funziona in America. Segue la linea del partito, quelle erano le risposte di tutte la compagnia. Tutti quei figli di puttana dicono cazzate, quando sostengono di aver accolto Michael a braccia aperte!

Chi lo dice ancora? È un fatto abbastanza noto che non volevano i suoi video, i quelli di nessun altro artista di colore… c’è ancora chi dice il contrario?
Dicono ancora che hanno accolto Michael Jackson a braccia aperte, sì, ed è una cazzata! C’è un momento nel documentario su Bad: Walter Yetnikoff (CEO della CBS records, ndr) che chiama il capo di MTV di quel tempo per dirgli «Tolgo tutti gli artisti della CBS da MTV finché non mettete in onda questo». Come si chiamava lui? È Robert qualcosa… Cercalo su Google adesso. Aspetto.

[Una ricerca su Google dopo] Robert Pittman.
[Urla] Bob Pittman! Proprio lui! La gente che sta dalla parte sbagliata prova sempre a riscrivere la storia. E non mi frega di cosa dica la gente ora, Bob Pittman e MTV erano dalla parte sbagliata! Non devi essere David Bowie per saperlo.

Il nuovo documentario sul re del pop, che racconta di “Off the Wall”, è uscito il 26 febbraio e il 28 agosto verrà trasmesso per la prima volta in tv. L’appuntamento è su Rai 4 alle ore 23.

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