Ryan Murphy: «Sono stato discriminato perché gay»

Dopo ‘Nip/Tuck’ e ‘American Horror Story’, lo scrittore/produttore ritorna con la prima stagione di ‘Feud’, perché a Hollywood il sessismo è ancora forte

Lady Gaga e Ryan Murphy durante la premiere di ‘American Horror Story: Hotel’. Foto via IPA Agency


La serie in 8 episodi, in onda su Studio Universal dal 7 gennaio, narra con particolari intimi e accurati (tutti basati su fatti realmente accaduti) la rivalità tra le leggendarie star del cinema Bette Davis e Joan Crawford, la cui relazione in bilico tra odio e amore nacque sul set del film Che fine ha fatto Baby Jane? e proseguì negli anni seguenti. Nel cast oltre a Susan Sarandon (Bette), Jessica Lange (Joan), anche Judy Davis (nella parte della giornalista Hedda Hopper), Alfred Molina (Robert Aldrich), Stanley Tucci (Jack Warner, co-fondatore e presidente della casa cinematografica Warner Bros.), Kathy Bates (l’attrice Joan Blondell), Sarah Paulson (Geraldine Page) e Catherine Zeta-Jones (Olivia de Havilland).

Alla presentazione ufficiale dello show, abbiamo sentito Ryan Murphy che descrive lo show come “un conflitto meraviglioso che vede due donne a fine carriera, due donne smanioso di confrontarsi, che vivono di antagonismo reciproco, due donne che lottano contro sessismo e misoginia dell’epoca, tutti temi validi tutt’ora”.

È vero che hai incontrato Bette Davis?
Si, ho iniziato a scriverle quando avevo 10 anni, sono sempre stato un suo grande ammiratore. Le chiesi di fare la mia prima intervista per il giornalino della scuola, ma accettò solo anni dopo, quando avevo 19 anni e le avevo scritto decine di lettere. Alla fine ho raccolto molto materiale sulla sua carriera e la sua vita privata, ma ci sono voluti quasi 30 anni prima di riuscire a concretizzare l’idea per uno show.

E com’è andata la tua intervista?
Benissimo, 20 minuti sono diventate quattro ore. Ero molto nervoso, mi aprì il cancello di casa, presi un ascensore e la vidi alla fine di un lungo corridoio, vestita molto elegante, un bel cappello e circondata dal fumo di una sigaretta. Mi fece accomodare nella sua stanza preferita e mi chiese se volevo vedere il suo Oscar. Le dissi di si e poi ho iniziato a farle mille domande. Credo di esserle piaciuto perché mi disse che le ricordavo suo nipote, e forse anche perché sapendo tutto di lei, gratificavo il suo ego, forse soffriva di bisogno compulsivo di approvazione e ammirazione, aveva paura di venire ignorata ed essere considerata insignificante. A quel tempo era già una star in declino che voleva attenzione.

Quanto è rilevante nel mondo di oggi, una storia ambientata nel 1962?
Molti dei problemi delle attrici di quel periodo sono ancora attuali, purtroppo sono cambiate poche cose negli ultimi 50 anni. Ho capito che era arrivato il momento giusto per scrivere lo show dopo aver fondato la mia compagnia, Half Foundation, che promuove diversità nel mondo di Hollywood e combatte sessismo, misoginia e differenza salariale di genere. A quel punto ho deciso che questo era lo show giusto da scrivere e avevo già le idee chiare per le mie protagoniste, fortunatamente entrambe Susan e Jessica hanno accettato con entusiasmo e passione.

A parte il tuo contributo con Half Foundation, chi altro aiuta a cambiare il modo in cui lavora l’industria del cinema?
Paul Feig è da sempre uno paladino per l’eguaglianza, Chuck Lorre, il famoso produttore televisivo (Roseanne, Cybill, Dharma & Greg, Two and a Half Men, The Big Bang Theory, Mike & Molly) da sempre supporta il lavoro delle donne soprattutto dietro la cinepresa, e grazie al movimento #MeToo, molto uomini che non si erano resi conto del problema, iniziano a realizzare dell’ estensività dei danni prodotti da decenni di abusi. Come gay ho avuto gli stessi problemi di molte donne in questa industria, ma durante la mia carriera ho trovato molte persone disposte ad aiutarmi e a combattere i pregiudizi. Ecco perchè cerco di aiutare chi si trova in difficoltà e abbia vissuto le stesse discriminazioni professionali.

Qualcosa sulla prossima serie sull’Assassinio di Gianni Versace?
In America abbiamo un detto: “good things come to boys who wait” che tradotto semplicemente vuol dire… chi la dura la vince. Vi diremo tutto sul programma di Versace fra qualche giorno.

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