Michael Moore: «Trump è più furbo di tutti noi»

Il regista più odiato di Hollywood si rivolge all'America, troppo cieca per vedere un'elezione prevedibile, per spingerla a pensare fuori dagli schemi: «Fanculo. Bisogna fare ciò che si vuole»

Credit: BumbyPix / StockimoNews/Alamy Live News


L’intervista a Michael Moore è un estratto dal nuovo numero di Rolling Stone in edicola a dicembre

Qual è la parte migliore del successo?
Quando ho venduto il mio primo film, Roger & Me, nel 1989, prendevo un assegno di disoccupazione di 98 dollari alla settimana. Dopo quel momento, non ho più accettato ordini da nessuno. Ora tutto ciò che dico e faccio è letteralmente ciò che voglio dire e fare. Il mio pubblico può stare tranquillo: né la mano invisibile dell’autorità, né quella del denaro, hanno alcun potere su di me.

E qual è la parte peggiore?
Probabilmente gli attentati alla mia vita. Li ho documentati. Non ho paura, solo vorrei vivere ancora a lungo.

Qual è il consiglio migliore che hai ricevuto?
Una volta ero in una chiesa e Jesse Jackson disse che non si può entrare in paradiso senza il permesso della gente povera. La vita di ciascuno di noi andrebbe valutata in base a cosa facciamo per chi ha di meno.

Chi sono i tuoi eroi?
Quegli artisti che seguono solo il proprio ritmo: Salvador Dalí, Bob Dylan, Jonathan Swift, Mark Twain, i fratelli Marx, Kubrick. Persone che inventano cose nuove, che si spingono fino ai propri limiti. Lo dico sempre ai ragazzi delle scuole: “Fate il film che volete fare davvero”. In una nazione di 320 milioni di abitanti, 319 milioni magari odiano ciò che fai; ma se un milione di persone ti ama, allora farai 50 milioni di dollari nei primi due giorni in sala. Quindi fanculo. Fai ciò che vuoi fare.

Quale musica ti ispira?
Springsteen, Jackson Browne, Motown, Iggy Pop, Clash, Rage Against the Machine, Public Enemy. Artisti che parlano al mio lato ribelle.

Illustrazione di Mark Summers

Come sei arrivato a Springsteen?
Lui incarna la voce della working-class bianca. È qualcosa che non si insegna. Abbiamo avuto esperienze simili, siamo cresciuti nello stesso ambiente, per cui la sua musica mi parla in maniera diretta, riesce a emozionarmi.

Sei di Flint, nel Michigan. Sotto quale punto di vista sei rimasto più legato alla tua terra?
Nelle cattive abitudini alimentari. Non mangerai mai un hot dog buono come quello di Flint. Lo chiamiamo Coney Island. Il miglior forno del mondo è a Davison, appena fuori Flint: le loro ciambelle sono uniche. Amo la mancanza di presunzione di Flint. Sono stato abbastanza fortunato da vedere la sua classe media fiorire, e poi sparire. La città che ha creato la classe media ora è vista come un posto del terzo mondo.

Che consiglio vorresti dare a te stesso ventunenne?
Chiama Lynn Sharon, e non fartela scappare.

Chi è?
Una persona magnifica. Al nostro primo appuntamento mi ha portato al Floyd McCree Theatre di Flint per uno spettacolo su Malcom X. Ha conquistato il mio cuore al primo colpo. Le ho da poco augurato buon compleanno su Facebook, ma l’ultima volta che l’ho vista era il 1990. Ecco il mio consiglio: “Segui il tuo cuore”.

Sei stato l’unico, tra gli opinionisti di sinistra, a prevedere la vittoria di Trump.
Non ho mai sperato così tanto di essere in errore. Stavo solo cercando di dire a chiunque avesse a che fare con la campagna della Clinton che doveva andare a dare un’occhiata in Michigan e in Wisconsin. Più del 70 per cento degli americani è composto da donne, persone di colore o giovani adulti, o una combinazione di queste caratteristiche. Quindi quello che è successo non sarebbe dovuto succedere. Il giorno prima del voto, il New York Times ha scritto che Trump aveva il 15 per cento di chance di vittoria. Perché ora dovrei credere a qualcosa che scrive il New York Times? Come molti altri media, quel giornale è fuori dal mondo. Si è fatto distrarre da tutte le cose sbagliate che sono state dette su Trump, e ha contributo a farlo eleggere, e forse a farlo restare al potere fino al 2025.

Quante sono le probabilità che Trump sia rieletto?
Il 55 per cento. Forse prenderemo più voti popolari alle prossime elezioni, ma la domanda è: lui vincerà lo stesso più Stati? Per ora la risposta è sì.

Come ha fatto Trump a intercettare la rabbia della working-class bianca, che non aveva nulla in comune con lui?
In apertura del mio show teatrale The Terms of My Surrender, dico al pubblico che liberali e democratici devono affrontare un programma fatto di 12 punti. Primo: ammettere che Trump è più furbo di tutti noi. L’establishment democratico farà ancora tanti danni, e solo noi possiamo salvarci. La gente che ci legge deve scendere in strada, e cercare nel proprio quartiere qualcuno che possa rappresentarli e vincere il loro distretto. Scegliete un veterano della Guerra in Iraq di fede progressista. Scegliete una donna. Scegliete un insegnante di scuola pubblica. Dobbiamo pensare fuori dagli schemi.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di dicembre.
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