Manetti Bros., «We ❤️ Napoli»

Abbiamo incontrato i registi per parlare di 'Ammore e Malavita', un concentrato purissimo e irresistibile del loro cinema pop

Per favore non dire quella parola».
«Cosa? “Neomelodico”?«.
«È un’etichetta che gli artisti percepiscono come dispregiativa e sbagliata, perché il mercato della musica partenopea è troppo vario nei generi. E poi, se Song’ e Napule in effetti parlava di questo fenomeno (Lollo Love forever, nda), con il nostro nuovo lavoro invece non c’entra proprio nulla!». Quando incontriamo i Manetti Bros. a Venezia sono passate poche ore dall’applauditissima proiezione di Ammore e malavita, passato in concorso alla Mostra del Cinema. Inutile girarci intorno, tra gli entusiasti ci siamo anche noi: perché questo crime-musical ambientato in una Gomorra inedita, in cui le Vele di Scampia stanno a Napoli come la Tour Eiffel a Parigi, è un film di pancia di cui c’era davvero bisogno. «In Italia abbiamo l’intrattenimento da una parte, tutto calcolo, e l’autorato dall’altra, tutto pippe mentali», spiega Marco, quello ricciolo dei due, «per noi è necessario mixare questi due aspetti, mettere in piedi un progetto che diverta chi lo scrive e che però si rivolga tranquillamente al pubblico, senza tante seghe».

Il risultato è un concentrato purissimo e irresistibile del cinema pop dei Manetti, a partire dal cast: Giampaolo Morelli (attore-feticcio dei fratelli fin dall’Ispettore Coliandro) è Ciro, silenzioso e temuto killer al soldo de “O’ re do pesce” (Carlo Buccirosso) e della moglie Donna Maria, interpretata dalla new entry Claudia Gerini. Fatima (Serena Rossi) è una giovane infermiera che ha visto troppo: a Ciro viene dato l’incarico di freddarla, ma lui deciderà di tradire il boss e il partner di una vita, Rosario (Raiz), per difendere l’amore ritrovato della sua adolescenza. «Con interpreti così non è che devi fare tanto il regista», scherza Marco, «metti lì il copione, te vai a pijà un caffè e quando ti ripresenti hai delle scene pazzesche».

E caffè ovviamente significa Napoli per i Manetti, che sono tornati a girare ai piedi del Vesuvio per la seconda volta: «C’è un mix unico di tradizione e innovazione in questa factory partenopea», afferma Antonio, «sono avanti anni luce e non se la tirano». Interviene Marco: «Io non la vedo tutta ’sta novità. Napoli è da sempre la città più colta d’Italia e chi lo nega, nega la realtà. Se accetti questa verità puoi permetterti di criticare i suoi difetti. Altrimenti è tutta invidia».

L’ispirazione per Ammore e malavita arriva direttamente dalla sceneggiata napoletana: «Siamo stati folgorati da una canzone di Pino Mauro, reinterpretata oggi per gioco, in stile surf, da Franco Ricciardi. Adoriamo quel fermento culturale italiano degli anni ’60-’70 dove c’era ancora un’artigianalità molto genuina. Ma si tratta di una suggestione ovviamente, di un omaggio», raccontano. E il richiamo alla sceneggiata si mescola al gangster-movie in un insieme unico di generi: «La differenza tra un musical buono e uno pessimo è data da quanto le canzoni sono legate profondamente a quello che succede». E per stare sul pezzo, non essendo né musicisti né scrittori in rima, i Manetti si sono inventati qualche piccolo escamotage. Con Nelson, autore dei testi, il metodo di lavoro era abbastanza semplice: loro scrivevano le scalette e lui trovava le parole giuste. Le cose ovviamente si complicavano con le musiche: «Ok, sveliamo questo segreto: ogni pezzo del film è ispirato a un altro brano, che davamo a Pivio e Aldo De Scalzi come riferimento». E così è nata la versione napoletana di Flashdance… What a Feeling! cantata da Serena Rossi, la “voce” del cast: «Quando l’abbiamo sentita, il testo ci stava troppo bene. Era semplicemente perfetta così». Ascoltatela e capirete.

A proposito del divertito citazionismo – consapevole o meno – dei Manetti c’è una scena che sembra uscita da Thriller di Michael Jackson. Al posto degli zombie però ci sono i boss morti ammazzati che ballano su una scogliera: «Che ci crediate o no è un riferimento involontario, è da quando ce l’hanno fatto notare che ne parliamo», ridono, «ma a livello immaginativo il film è nato proprio da quella scena». Un’altra chicca assoluta? Il geniale numero all’inizio della pellicola, una sorta di sequenza corale di apertura alla La La Land, ambientata in un’insolita Scampia piena di turisti: «In effetti ce lo siamo chiesti più volte, ma perché la stamo a mette’ ’sta scena?». Perché contestualizza? Sì. Perché è esilarante? Certo!

Più chiacchieri con i Manetti Bros. e più ti convinci che non solo un film come Ammore e malavita mancava, ma che c’è bisogno di autori come loro, che parlano chiaro, senza mai prendersi troppo sul serio, testa bassa e lavorare. A chi afferma con un po’ di snobismo che sono maturati rispondono: «Forse è maturato quello che ci sta intorno. Noi semplicemente abbiamo insistito sulla nostra strada per 20 anni, ci siamo messi a fare la stessa cosa finché non si cercava proprio quello. Semplicemente eravamo pronti».



Dopo aver diretto oltre 100 videoclip, diversi lungometraggi (vedi Zora la vampira con Micaela Ramazzotti, che piano piano è diventato piccolo cult) e qualche serie tv (L’Ispettore Coliandro, Rex), adesso, finalmente, è il loro momento. Ed è il momento per il cinema di genere di diventare, finalmente, un po’ per tutti. Ma come la mettiamo con i fan, avete paura di deludere chi adora Song’ e Napule? «Da alcuni punti di vista quel film è irripetibile – questo lo sappiamo – ha una sua magia, c’è gente che l’ha visto 40 volte. Questa pellicola dividerà di più». Coraggio? «Più che altro incoscienza: serve questo negli autori italiani, bisogna rischiare. Mai, mai andare sul sicuro».

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