Blade Runner 2049: intervista al regista Denis Villeneuve

Come rapportarsi con un capolavoro senza tempo? Con grande rispetto, coraggio, e molta, molta azione
Ryan Gosling, Harrison Ford e Denis Villeneuve sul set di "Blade Runner 2049". Foto: Sony Pictures Releasing International

Ryan Gosling, Harrison Ford e Denis Villeneuve sul set di "Blade Runner 2049". Foto: Sony Pictures Releasing International

Ci sono film che lasciano un segno nella nostra vita. I miei passano da L’Esorcista (non ho ancora scartato il DVD, fuck you!) a Profondo Rosso (ancora oggi faccio pipì con la luce accesa, Dario!); da Amici Miei a Ovo Sodo; dal puro amore come E.T. alle scoperte sessuali per Emmanuelle (cappotto in piena estate al cinema). E poi ci sono film che ti lasciano un senso di wonderment, la meraviglia verso un mondo a venire, che scuote e insegna. Film come 2001: Odissea nello Spazio e… Blade Runner, visione premonitrice di quello che sarebbe stato anche il mio futuro a Los Angeles.

Esce nel 1982, nello stesso anno di Tootsie, Conan il Barbaro, Tron, Poltergeist, e viene massacrato al botteghino. Era una pellicola diversa, cupa, apocalittica, e immediatamente diventa una delle mie preferite. Lo avrò visto almeno 50 volte, e ogni volta mi sorprende ancora per la sua freschezza. Non invecchia mai, anzi, per tanti aspetti, è ancora oggi all’avanguardia… come i primi food truck a L.A.!

Ora tocca a Blade Runner 2049, nella versione di Denis Villeneuve, grande fan del film originale e talento del cinema franco-canadese impiantato a Hollywood (Sicario e Arrival). Nel cast Ryan Gosling, Harrison Ford, Robin Wright, Ana de Armas, Mackenzie Davis, Dave Bautista e Jared Leto. Abbiamo incontrato il regista a San Diego.

Come si è sviluppato il progetto?
Tutto è cominciato quando i produttori esecutivi Frank Giustra e Tim Gamble sono entrati in controllo dei diritti, che erano rimasti bloccati per anni, e hanno chiamato Ridley Scott chiedendogli se gli interessava fare un sequel. Ovviamente ha accettato immediatamente, anche perché non hai mai nascosto che è sempre stato il suo film preferito. Ridley ha poi contattato Hampton Fancher, uno degli autori della prima sceneggiatura, e insieme hanno iniziato a lavorare su una prima stesura. La seconda telefonata è stata per Harrison Ford, perché senza di lui il film NON esisteva, è parte integrante del Dna e della storia. A quel punto sono entrato in gioco io, suggerito da Ridley, e con l’approvazione finale da parte di Harrison. L’ho incontrato a Los Angeles: abbiamo passato un bellissimo pomeriggio insieme, scrutando le nostre affinità intellettuali, cercando di capire la rispettiva visione del film. Come vedi, il meeting è andato molto bene, altrimenti non sarei qui.

E Ryan Gosling?
Non l’ho scelto io: è arrivato con la stesura finale della sceneggiatura di Fancher, che ha pensato a lui sin dalle prime pagine. Quando mi ha dato lo screenplay, mi ha detto che ero libero di scegliere chi volevo, ma voleva essere sicuro che avrei preso in considerazione Ryan, almeno per un’audizione. Non ce n’è stato bisogno, non serviva che mi convincesse: ho capito immediatamente che era l’unico attore che avrebbe potuto interpretare quel ruolo. Se mai avessi avuto dei dubbi, sono scomparsi al nostro primo incontro. Ryan è una delle persone più carismatiche che ho avuto il piacere di conoscere.

Quali sono state le tue priorità?
Per me era essenziale catturare lo spirito e la poesia del film del 1982. Volevo inserire tutto quello che mi aveva colpito la prima volta che l’ho visto: nostalgia, malinconia, le emozioni crude di un mondo in declino, ma in cui c’è ancora speranza. E poi l’estestica, che è ancora all’avanguardia: il film non è invecchiato, ci sono molti elementi che sono ancora futuristici. Volevo anche rispettare il ritmo del primo film, e soprattutto il suo lato noir, anche se la storia è nuova e siamo in un mondo diverso. Ci sono molti elementi simili, ho anche voluto mantenere un contatto con Roy Batty (Rutger Hauer). È una sorta di investigazione esistenziale, dove vari elementi ci portano con il tempo a scoprire un quadro generale esteso e complesso. Per alcuni aspetti, questo è un film più dinamico.

Quando hai visto il film per la prima volta, quali sono state le tue impressioni?
Avevo 14 anni, ed è stato amore a prima vista. Per me era e rimane un capolavoro, sono rimasto sbalordito per mesi. Non è solo un bel film dal punto di vista tecnico e delle tecnologie, mi piace per tutti gli elementi visionari che contiene, la previsione di un mondo in cui la pioggia è uno dei protagonisti, anche se in realtà nel futuro vedo più che altro una grande siccità. E poi le macchine volanti e la bioingegneria. È un film sci-fi, che esplora la condizione umana, si pone domande profonde e mette in discussione la nostra identità, la relazione con la nostra anima e la memoria. E quanto quest’ultima sia importante per la razza umana.



Hai avuto qualche influenza paricolare, che ti ha portato ad amare il genere?
A parte Blade Runner, avevo una zia che credeva negli extraterrestri. Ogni tanto mi spediva scatole piene di riviste sci-fi di artisti francesi degli anni ’60 e ’70, come Métal hurlant e Pilote, una rivista di fumetti che hanno pubblicato dal 1959 al 1989. Era un’opera d’arte, con i lavori degli artisti più importanti del periodo. Sono stati i primi a pubblicare Astérix, Blueberry, Valérian e Laureline (su cui si basa il recente Valerian e la città dei mille pianeti di Luc Besson, ndr). Tra gli scrittori c’erano René Goscinny, Pierre Christin e Jacques Lob, con illustratori importanti come Raymond Poivet, Jijé, Albert Uderzo, Jean Giraud (Mœbius), Enki Bilal, Jean-Claude Mezieres, Jacques Tardi. Mi ricordo anche strisce di Hugo Pratt, Frank Bellamy e Robert Crumb, che non avevo mai visto da nessuna parte. I francesi sono sempre stati dei grandi nel mondo dei comics.

Come vedi i Replicanti?
Per me sono dei ragazzi in un corpo adulto, che cercano di farsi amare e accettare, perché si sentono indesiderati e abbandonati. Hanno problemi d’identità, e in qualche modo riflettono tanti nostri difetti. Nel mio film proviamo nei loro confronti gli stessi sentimenti, la stessa empatia: sono uno specchio di noi stessi e del mondo che abbiamo creato. Lo trovo molto interessante.

Vangelis (Autore della colonna sonora del film originale, ndr) Non è stato coinvolto nel progetto, a causa di una vecchia diatriba con Ridley Scott, eppure il suo stile musicale nel 1982 era stato fondamentale per creare le atmosfere.
Sì, ho parlato molto con Ridley sul modo in cui creare un suono nuovo, cercando di mantenere il vibe perfetto di Vangelis: per me non esiste Blade Runner senza quelle atmosfere. Abbiamo lavorato con il mitico Yamaha CS-80, il sintetizzatore che usò per la colonna sonora, lo stesso di Chicago, Jethro Tull, Kraftwerk, Ultravox, The Crystal Method, Jean Michel Jarre, Stevie Wonder e Daft Punk. Mi sono reso conto che la musica in questo film è come una spugna, assorbe tutte le emozioni, e quando le sputa fuori diventano suoni dinamici, incredibili, che rendono la pellicola un’esperienza surreale. Volevo mantenere vivo lo spirito di Vangelis. Anche perché, senza, non avrebbe mai funzionato.

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