Alessandro Cattelan, il fantasista della tv con il mito di Bobo Vieri

Lo showman è di nuovo sul palco di 'X Factor', la sua nazionale. Si racconta tra musica indie, 'Mai Dire Gol', le delusioni della politica. E una sitcom da protagonista

Alessandro Cattelan, foto di Toni Thorimbert. Giacca doppio petto con tasche applicate in jersey di cotone; gilet doppio petto in velluto. Tutto GIORGIO ARMANI


Ho trovato a casa di un mio amico un bel poster vintage (del 1957!) di una gara di rock’n’roll al Palazzo del Ghiaccio di Milano: protagonista della serata era Jack la Cayenne, un ballerino e showman che si faceva chiamare “molleggiato” prima di Celentano, e che mostrò ad Adriano come muoversi quando cantava 24 mila baci. Sul poster Jack figurava come “fantasista tv”. Ecco, ho pensato, ci sono ancora “fantasisti” in giro nella nostra televisione, oggi? Gente che sappia ballare, recitare, intervistare, cantare, presentare, e magari fare anche un pezzo comico? Sì, uno c’è, e sta in copertina sul numero di ottobre di Rolling Stone.

Alessandro Cattelan, showman e football addicted (è interista, molto interista), tiene a precisare che quando giocava a pallone proprio un fantasista non era – «il mio era un ruolo molto più ignorante» –, ma la sua poliedricità in campo televisivo è cosa nota, sia quando gioca da gregario in nazionale (è sua la metafora, in riferimento al suo ruolo da presentatore a X Factor), sia quando è il bomber della sua squadra del cuore, il programma EPCC, di e con Alessandro Cattelan. E, visto che il “fantasista tv” in questione è giovane ed entusiasta, leggetevi bene l’intervista, perché, a un certo punto, Cattelan ci anticipa in esclusiva il suo nuovo, ambiziosissimo progetto.

Cappotto con chiusura zip, cappuccio e tasca su manica in velluto froissé.

È appena ripartito X Factor e tu, rispetto ai tuoi colleghi giudici, godi di un punto di osservazione privilegiato: sei il primo filtro con i concorrenti, vedi chi sono, ascolti le loro storie, i loro sogni. Come sono stati i casting di quest’anno?
Tra le decine di migliaia di ragazzi che arrivano a fare i casting, alla fine ne trovi non più di una ventina su cui lavorare e investire del tempo. Questa equazione si rinnova di anno in anno, non c’è stata un’edizione in cui abbiamo trovato cento Adele. Non è mai successo, ma c’è sempre speranza. In molti arrivano ai casting senza sapere davvero il perché e il percome: pensano di essere dei fenomeni, e spesso hanno genitori che glielo fanno credere. È da quando sono piccolo che vedo ragazzi così, giocavo a pallone e vedevo padri convinti che i loro figli fossero Messi o Maradona. Poi, per fortuna, ci sono quelli che arrivano con l’atteggiamento giusto, umiltà e piedi per terra, sapendo che grazie a questa esperienza magari troveranno un lavoro. E questi, anche se poi cantano male, sai che – grazie alla loro mentalità – qualcosa nella vita faranno.

C’è qualche ragazzo che ti ha stupito in questa nuova edizione?
In passato mi spaventavano sempre i rapper, perché arrivavano carichi di stereotipi, a iniziare dal cappellino girato al contrario, mentre quest’anno ho incontrato ragazzi molto più consapevoli, che facevano uno storytelling originale, partendo dalle proprie biografie. Poi c’è un ragazzo che è arrivato dall’Africa con un barcone. Premetto che, di solito, sono diffidente rispetto all’enfasi sulle storie “strappalacrime”, ma appena l’ho sentito non ho avuto dubbi: sembra Otis Redding.

L’anno scorso ha vinto un gruppo all-black come i Soul System, mentre un paio di mesi fa a Verona – notizia di cronaca – una ragazza di 15 anni è stata esclusa da una gara canora perché nera. Società e televisione viaggiano ancora su due binari paralleli, ma diversi?
Credo che se il massimo aggregatore sociale che c’è in Italia, il calcio, non riesce a vincere la battaglia contro il razzismo, nonostante le squadre di oggi siano davvero un moderno mix di nazionalità ed etnie, è quasi impossibile che possa farlo X Factor. Ma la speranza è l’ultima a morire.

Foto Toni Thorimbert. Giacca doppio petto con tasche applicate in velluto millerighe; t-shirt in cotone. Tutto GIORGIO ARMANI

Tu non hai mai preso pubblicamente posizione su questi temi.
Forse sbaglio, ma mi sembrano argomenti talmente scontati per la mia testa che mi riesce difficilissimo trovare la chiave per parlare in maniera credibile, senza essere retorico. Che siamo tutti uguali è così evidente, e se una persona è razzista non credo che sarò in grado io, da un palco tv, in due minuti, di fargli cambiare idea. Se faccio un cartello in cui denuncio il razzismo, di sicuro prenderò i Like di chi già la pensa come me, e stop.

Per la prima volta però quest’anno nel tuo show EPCC hai inserito una copertina di vera e propria satira sull’attualità.
È la continuazione di un percorso, che segue quello del mio genere di riferimento: il late show americano. C’è bisogno di tanto tempo e di un lavoro graduale per rendere credibile il fatto che uno come me faccia satira sull’attualità, anche politica. Insieme agli autori di EPCC ci siamo chiesti se e quando invitare i politici al nostro show: non è escluso che lo faremo, anche se il bacino di personaggi da cui attingere in Italia è abbastanza scarso. E succede spesso che i politici usino quell’ospitata solo per i loro scopi elettorali, quindi dobbiamo essere sicuri di avere i mezzi per portare nello show la cifra di EPCC, e non quella di Renzi o Salvini.

Sono nostalgico. Quello che c’era prima dei vent’anni rappresenta per me la spensieratezza, il divertimento senza responsabilità

Segui la politica?
L’ho sempre seguita, anche se con difficoltà. Credo che dovrebbero limitare il diritto di voto, dandolo a partire dai 25 anni e fino al massimo ai 65. Prima sei troppo influenzabile, dopo stai prendendo decisioni per un futuro che ti appartiene poco. In questo momento faccio fatica a trovare qualcuno di cui fidarmi, e a cui dare la mia fiducia.

L’ultimo di cui ti sei fidato?
Il “primo” Matteo Renzi.

Hai in comune una cosa con lui, la nostalgia per un passato molto prossimo: il calcio vintage, la musica anni ’90.
Sì, sono molto nostalgico della mia vita in quel periodo. Ho iniziato a lavorare presto, almeno per gli standard italiani, e tutto quello che c’era prima dei vent’anni rappresenta per me la spensieratezza, il divertimento senza responsabilità, dalle tasse da pagare ai figli da portare a scuola.

Giacca doppio petto con tasche applicate in velluto millerighe; t-shirt in cotone. Tutto GIORGIO ARMANI

In tv hai fatto la cosiddetta “gavetta”: credi che alla fine sia una cosa che paga?
Non è un valore in sé, ho fatto la gavetta perché non mi si filava nessuno all’inizio. E mi giravano le palle quando vedevo uno bravo tanto quanto me (se non meno) che faceva cose più grandi.

Oggi che obiettivi hai? Cosa ti piacerebbe fare in televisione?
Quello che, fin dagli inizi, ho sempre voluto fare è E Poi C’è Cattelan. Adesso che davvero esiste, l’obiettivo è ingrandirlo, consolidarlo, far sì che tra vent’anni uno possa dire: “Mi ricordo di quel programma, mi ha accompagnato per dieci anni della mia vita”. Mi piacerebbe diventasse importante nella storia della televisione italiana, come per me lo sono stati show come Mai Dire Gol.

Da fantasista tv quale sei, hai sempre lavorato per una tua crescita professionale: dalla semplice conduzione hai iniziato a ballare, recitare, cantare (!), fare satira. Su quale parte di te stai lavorando ora?
Quanto all’entertainment ho una cultura prevalentemente pop: i miei punti di riferimento sono sempre stati gli show americani, dove i presentatori sanno fare più cose. Ma ho sempre cercato di non essere ingordo, di fare una cosa solo se il contesto la sostiene: ballo non per far vedere che ho imparato a farlo, ma solo se c’è un momento di spettacolo in cui davvero serve.

Hai studiato canto, ballo e recitazione?
No, sono un autodidatta. Studio guardando tantissimo gli altri. Sono una versione pro di quello che prova davanti allo specchio con la spazzola in mano. Sono il giudice di me stesso, e se una cosa mi mette in imbarazzo non la faccio, conosco i miei limiti.

Qual è un tuo limite?
Mi piacerebbe riuscire a fare una vera e propria stand-up comedy, portare EPCC in un tour teatrale, ma ci devo lavorare ancora molto.

Sono un autodidatta, la versione pro del ragazzo che prova con la spazzola davanti allo specchio. La mia forza? conoscere i miei limiti

I tuoi punti di riferimento professionali sembrano tutti americani. Di italiano non ti piace nulla?
I miti della mia adolescenza: Bonolis, la Gialappa’s, Elio e le Storie Tese, Fabio Volo.

E della tv di oggi?
Lavorando e avendo famiglia, guardo soprattutto sport, serie tv e programmi per bambini.

Neanche Sanremo?
Magari non tutto, ma una botta a Sanremo gliela si dà sempre.

Ma quella voce che diceva che lo avresti condotto tu?
Nessuno mi ha mai chiesto di presentare Sanremo, nemmeno un WhatsApp.

Nel nuovo X Factor si percepisce, tra le scelte dei concorrenti, il successo di pubblico del nuovo indie italiano, dai Thegiornalisti a Calcutta?
Soprattutto nel look: i concorrenti o sono vestiti da hipster (barba, pantaloni stretti e occhiali con la montatura spessa), o da Justin Bibier. Qualche ragazzo ha portato cover di Calcutta, o versioni strane di Ninna Nanna di Ghali.

Foto Toni Thorimbert. Cappotto over doppio petto in panno di cashmire GIORGIO ARMANI

A te piace il nuovo indie?
Parecchio. Il mio disco preferito di quest’anno è Polaroid di Carl Brave X Franco 126. Poi mi piacciono Calcutta, Cosmo, Giorgio Poi, Birthh. Quest’ultima è venuta ospite a EPCC. È la nostra scommessa. La musica in tv, in un programma come il nostro, non paga come ascolti, quindi tanto vale fare i talent scout.

Se mai facessi Sanremo, chi porteresti?
Se volessero partecipare, Carl Brave X Franco 126.

Tra gli ospiti non musicali dovresti chiamare Bobo Vieri. Era molto divertente l’intervista che gli hai fatto a EPCC.
È un mito, con lui ho parlato molto prima che venisse in trasmissione, volevo essere sicuro che entrambi fossimo a nostro agio, lo faccio con tutti gli ospiti. Con Bobo c’è stata subito complicità, ho scoperto la sua umanità e simpatia. Insieme in estate abbiamo fatto la Bobo Summer Cup, un’iniziativa benefica. È stato per 15 giorni sotto il sole senza sosta, organizzava, giocava, non rifiutava un selfie con nessuno.

Ti sei fatto altri amici durante EPCC?
Mi sento spesso con Cesare Cremonini, Francesco De Gregori e Valerio Mastandrea. Ci mandiamo i messaggini. E poi i calciatori, ma questo perché in realtà vorrei essere un loro compagno di squadra.

Trovi ancora tempo per scrivere? (Cattelan ha pubblicato tre romanzi per Mondadori, di cui uno a quattro mani con Niccolò Agliardi, nda)
A parte la rubrica per Rolling Stone, no. Però ho scritto un breve racconto legato al tema della felicità, per un progetto di beneficenza per i bambini siriani di Anna Foglietta, Martina Colombari e Paolo Calabresi. Diventerà un libro.

Hai qualche nuovo progetto a cui stai lavorando? Dai, non tenerti il segreto.
Sì, sto fondando una società creativa, con la quale stiamo scrivendo una sitcom, sempre per Sky.

Una sitcom? Racconta meglio.
Per ora non ti posso dire molto, soprattutto sull’idea (che potrebbe essere spiegata in tre parole), perché ho paura che ce la freghino. Ti dico solo che stiamo lavorando con due degli sceneggiatori di Boris, Ciarrapico e Vendruscolo, che si aggiungono nella scrittura e nello sviluppo a Federico Giunta e Ugo Ripamonti, autori anche di EPCC. Per me è una grossa novità, e c’è tutto l’entusiasmo delle cose nuove. È un progetto nato con i miei due autori, e, ora che sono arrivati due veri professionisti delle serie tv, il gioco si fa serio, e io mi sono messo dietro il banco a imparare.

Ma sarai solo sceneggiatore?
No, sarò anche il protagonista della sitcom. Uscirà a fine 2018, credo, e saranno dieci puntate di 24 minuti. L’idea è davvero figa, ma non ti posso dire altro. Se no ce la fregano! Mi spiace.